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Intervista all'avvocato Raffaele della Valle: ha difeso Enzo Tortora e tanti altri personaggi famosi

“Dopo sessant’anni, credo ancora nella professione”
A 87 anni Raffaele della Valle continua a parlare della professione con la stessa passione degli inizi, ma senza nasconderne le inquietudini. Oltre sessant’anni di avvocatura penalistica gli hanno consegnato vittorie e sconfitte, incontri e amicizie, processi difficili e soprattutto una convinzione: difendere una persona non significa soltanto conoscere la legge, ma assumersi la responsabilità di stare dalla parte del dubbio, della ricerca della verità e della dignità umana. Nel suo racconto convivono il ricordo di Enzo Tortora, conosciuto ben prima della drammatica vicenda giudiziaria che lo coinvolse, l’amore per Caprese Michelangelo, diventata nel tempo una seconda casa, e una riflessione severa sul presente. La giustizia sempre più veloce, la progressiva burocratizzazione del processo, il peso dell’informazione, il ruolo della scienza e l’arrivo dell’intelligenza artificiale aprono interrogativi che riguardano non soltanto gli addetti ai lavori, ma il senso stesso del giudicare. Non c’è nostalgia per un passato idealizzato. C’è piuttosto il timore che, nel tentativo di rendere tutto più efficiente, si finisca per perdere ciò che nessuna tecnologia può sostituire: l’ascolto, il dubbio, il confronto, l’empatia. E c’è un messaggio ai giovani che scelgono oggi questa strada: studiare, sacrificarsi, essere onesti, avere umiltà e pazienza. Perché la professione forense, nonostante tutto, conserva ancora uno spazio per chi vuole esercitarla con libertà, rigore e umanità. Ed è una lezione che vale.
Dopo oltre sessant'anni di professione, cosa significa oggi essere un avvocato penalista rispetto ai suoi esordi?
“È cambiato tutto. Quello che si faceva e ciò che si poteva immaginare negli anni Sessanta oggi sarebbe quasi impensabile. Ma credo che il cambiamento più profondo, e purtroppo più negativo, sia un altro: il lavoro si è progressivamente spersonalizzato e, con esso, si è smarrita una parte dell’umanità delle professioni. Tendiamo a sminuire i problemi, a sfumare le questioni, oppure, al contrario, a enfatizzarle fino a saturare chi ascolta. Il risultato è spesso un senso di smarrimento e una perdita di fiducia. Si sta affermando una professione sempre più omologata, tecnica, burocratizzata, nella quale rischiano di evaporare i principi etici e morali. Questo fenomeno è particolarmente evidente nell’avvocatura e nella giustizia. In nome della celerità si sta perdendo di vista un concetto fondamentale: la rapidità non coincide necessariamente con la giustizia. Un fatto da giudicare richiede tempo, riflessione, elaborazione. Se tutto viene compresso in formule e procedure automatiche, aumenta inevitabilmente il rischio dell’errore. Anche l’informazione contribuisce a questo processo. La ricerca di un colpevole diventa talvolta più importante della ricerca della verità: l’opinione pubblica vuole un nome, e i media possono finire per condizionare l’intero percorso, trasformando un’identificazione ancora nebulosa in una certezza anticipata. E quando emergono nuove prove o nuove letture scientifiche, ci si accorge che ciò che sembrava definitivo poteva non esserlo affatto. Lo stesso accade con la scienza applicata al processo. Il confronto tra periti, consulenti pubblici e privati è indispensabile, ma quando manca una solida cultura del processo il rischio è che la tecnica diventi un fine anziché uno strumento. Dopo vent’anni ci si può ritrovare ancora a discutere tra opposte verità scientifiche, mentre il processo dovrebbe essere innanzitutto ricerca rigorosa e responsabile della verità. In questo quadro, l’avvocato rischia di essere mortificato nel suo ruolo. Può trovarsi davanti a un processo nel quale ha elaborato decine di motivi di appello e non avere neppure lo spazio per discuterli realmente. L’automatizzazione delle procedure finisce così per trasformare il difensore in un esecutore burocratico. Eppure l’avvocatura, soprattutto in una scuola come la nostra, dovrebbe essere qualcosa di diverso. Dovrebbe vivere dell’osmosi, del confronto, del rapporto umano tra giudice e avvocato. Perché nel processo non servono soltanto la mente e la tecnica: serve anche il cuore. Se questa dimensione viene meno, se giudice, avvocato e tutti gli altri protagonisti del processo diventano semplicemente funzioni di un meccanismo, perdiamo qualcosa di essenziale. E forse è proprio questo il punto: stiamo rendendo la giustizia più veloce, più tecnica, più automatizzata, ma rischiamo di renderla meno umana. E senza umanità, anche la giustizia rischia di smarrire il suo significato”.
C'è un processo, al di là dei più noti, che l'ha cambiata profondamente come uomo o come avvocato?
“L’avvocato vive anche momenti di grande soddisfazione e di gioia. Ma quando affronta processi di una certa dimensione, con un impegno profondo e prolungato, può conoscere anche angosce così grandi da arrivare, talvolta, a chiedersi se valga la pena continuare questa professione. Non è semplicemente il pensiero: ‘Ho perso la causa’. È qualcosa di molto più profondo. È la consapevolezza, quando si è convinti dell’innocenza del proprio assistito, di assistere impotenti a quella che si ritiene un’ingiustizia. E allora cominci a pensare all’appello, alla Cassazione, agli anni che passeranno. Ma intanto c’è una persona che soffre, una famiglia che soffre, ci sono figli ai quali viene sottratta una parte della vita del loro padre. Se fai davvero l’avvocato, quella condanna finisci quasi per sentirla anche tu. Per fortuna, spesso, la statistica ci dà ragione: ciò che in un primo momento appare come una certezza può essere rimesso in discussione, e la verità può emergere nel tempo. Ricordo, tra gli ultimi casi che ho seguito, quello di un militare ucraino imputato per la morte di due giornalisti nel Donbass. Era il 2014, nel pieno del conflitto. Il 14 maggio ci fu uno scontro a fuoco e quell’uomo venne identificato come responsabile sulla base di un rapporto giornalistico. Ma, al di là di quella identificazione, le prove concrete erano praticamente inesistenti. Ed è proprio in casi come questi che si comprende fino in fondo il senso della difesa: quando tutto sembra già deciso, il compito dell’avvocato è continuare a porre domande, a cercare le prove, a non arrendersi all’apparenza. Perché dietro ogni processo c’è sempre una persona, e dietro ogni decisione giudiziaria c’è una vita”.
Dalla Brianza alla campagna di Caprese Michelangelo: come ha conosciuto questo posto?
“Per Enzo Tortora, nel 1984 ero andato a Perugia per una lezione agli universitari. Era il periodo di Pasqua ed ero molto stanco. Chiesi a un professore se conoscesse un posto tranquillo dove poter andare qualche giorno con mia moglie e i nostri bambini, che allora erano piccoli. Mi indicò tre indirizzi, tra cui uno a Caprese Michelangelo. Mia moglie telefonò alla Buca e trovammo una cortesia straordinaria. Quando arrivammo, mi sembrò di essere entrato in un paradiso. Ricordo ancora quel pranzo di Pasqua. Verso le cinque venne la signora Andreani, quasi a scusarsi perché aveva servito dei dolci fatti in casa. Fu lì che mi innamorai di quel paese e della sua gente. Da allora ho conosciuto tutti, e con tutti ho costruito rapporti di affetto e di amicizia. Venivo il venerdì e ripartivo la domenica. Era diventata una seconda casa, un luogo nel quale ritrovavo qualcosa di autentico. Nel 1985 comprammo la casa. E ancora oggi, quando torniamo, l’ultimo giorno mi piace fare un giro in macchina, quasi a salutare quei luoghi prima di ripartire. È un ricordo che porto con me anche pensando al mio lavoro: persino i processi più importanti hanno bisogno di preparazione, concentrazione e tempo. Ma, alla fine, sono le persone e i luoghi che ci restano dentro”.
Quando incontrò Enzo Tortora per la prima volta, quale fu la sua impressione?
“Conoscevo Enzo Tortora da tempo. Dal 1975 era con me nel Consiglio nazionale del Partito Liberale. Ci accomunò anche un episodio, a Firenze, durante l’elezione dei consiglieri nazionali. A un certo punto ci accorgemmo che cinque persone, tra cui io e Tortora, non risultavano nell’elenco. Era un evidente problema legato alle omonimie. Insorsi, chiesi la sospensione e alla fine entrammo. Da allora, fino agli anni Ottanta, ci furono episodi che riguardavano la diffamazione a mezzo stampa e procedimenti nei quali le competenze giudiziarie e territoriali venivano spesso confuse. Lo conobbi ancora meglio proprio in quegli anni. Poi arrivò quella notte. Erano circa le quattro e mezza quando il telefono squillò. Rispose mia moglie. Era Tortora: ‘Mi hanno arrestato’. La voce era rotta. In quelle poche parole c’era la sensazione di un uomo finito in una palude. Io corsi da lui. Ancora oggi penso che quella vicenda abbia rappresentato una delle pagine più vergognose della nostra storia giudiziaria. E ciò che più colpisce è che molti, dopo, hanno fatto fatica ad ammettere l’errore. Alcuni avevano capito fin dall’inizio, ma non hanno avuto il coraggio di riconoscerlo. È qui che, secondo me, emerge il problema più profondo: alla magistratura non dovrebbe mai mancare una qualità fondamentale, l’umiltà. Invece, talvolta, si avverte l’esercizio del potere, l’aggressività, la difficoltà ad ascoltare e soprattutto la difficoltà ad ammettere un errore. Non basta conoscere la legge. Un magistrato deve conoscere il valore del contraddittorio, la presunzione di innocenza, il dubbio. Deve avere una cultura della responsabilità e, prima ancora, una cultura dell’umanità. Perché l’errore giudiziario non è un errore come gli altri: dietro una decisione c’è una persona, c’è una famiglia, c’è una vita. Ecco perché credo che la vera riforma non sia soltanto nelle leggi. È soprattutto nella cultura: bisogna formare magistrati capaci di ascoltare, di dubitare e, quando è necessario, di avere l’umiltà di riconoscere di aver sbagliato”.
A quarant'anni da quella vicenda, quale insegnamento dovrebbe trarne ogni giovane magistrato e ogni giovane avvocato?
“Lo ripeto: forse ai magistrati servirebbe un vero e proprio corso di umiltà. Prima ancora che nelle aule di formazione, bisognerebbe impararla nella propria casa, nella consapevolezza che nessuno è infallibile. Conosco magistrati seri, preparati, animati da grande impegno. Ma proprio per questo credo che debbano avere piena coscienza dell’estrema difficoltà del loro mestiere e, soprattutto, dell’importanza dell’onestà intellettuale: tutti possiamo sbagliare. Il problema nasce quando, invece di fermarsi davanti al dubbio, ci si arrocca sulle proprie convinzioni e si cercano prove per sostenere un’ipotesi che forse non regge. È lì che l’errore può diventare ingiustizia. La storia, però, ci insegna anche che, alla lunga, la verità e la legge possono prevalere. Ed è forse questo l’aspetto più amaro: in certi casi, quel procedimento non avrebbe dovuto nemmeno cominciare”.
Se oggi un giovane le dicesse di voler diventare penalista, lo incoraggerebbe?
“Perché, nonostante tutto, io credo ancora nella professione. A 87 anni mi considero quasi l’ultimo dei Mohicani, ma continuo a pensare che per un giovane avvocato ci sia ancora spazio. La vera domanda è se abbia la forza di sostenere l’urto, anche economico, che questa professione comporta. Se stai bene, hai le spalle quadrate, sei libero e indipendente, puoi affrontare le difficoltà senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa a tutti i costi. Bisogna saper fare sacrifici, seminare bene e avere pazienza. E serve una famiglia, una compagna o un compagno, qualcuno con cui condividere il peso e anche le soddisfazioni. Perché di avvocati ce n’è ancora bisogno. Ce ne sono tanti che sembrano pavoni, ma hanno poca sostanza. In una terra fatta di persone che lavorano, studiano e si impegnano, invece, chi ha davvero qualcosa da dire trova ancora il suo spazio. I pavoni sono tanti. I professionisti veri, un po’ meno”.
Oggi si parla molto di intelligenza artificiale applicata al diritto: pensa che sarà uno strumento utile o un rischio per la professione forense?
“Io ho paura. Non perché sia contrario alla modernità: uso ancora la stilografica, ma non per questo penso che la tecnologia sia il nemico. Il problema è l’uomo. L’uomo tende alla pigrizia e, quando trova una scorciatoia, rischia di farla diventare la strada principale. Il pericolo è che uno strumento pensato per aiutare il ragionamento finisca per sostituirlo. Mi spaventa soprattutto l’idea che un giorno una sentenza di condanna possa essere costruita o motivata da un algoritmo. Gli algoritmi possono essere strumenti utilissimi, ma devono rimanere strumenti, sottoposti alla legge e al controllo dell’uomo. La scienza è come il cianuro: può essere utile, ma soltanto nella giusta misura. Il problema non è lo strumento, è l’uso che se ne fa. Non so cosa accadrà in futuro. Ma oggi vedo già il rischio di una giustizia nella quale si pensi sempre meno e si deleghi sempre di più. Ed è questo che mi preoccupa”.
Se dovesse lasciare un unico messaggio ai giovani avvocati che iniziano oggi il loro percorso, quale sarebbe?
“Sacrificio, studio, onestà e soprattutto credere in quello che si fa. Questi, secondo me, sono i presupposti per fare ancora oggi l’avvocato. È una professione che richiede molto: bisogna studiare continuamente, avere umiltà, correttezza con i colleghi e non avere fretta. Nella professione non si arriva necessariamente per primi: si arriva, se si ha la forza di continuare. Si parte magari in cinquanta e si arriva in dieci. Gli altri, spesso, si bruciano da soli perché vogliono tutto e subito. E poi c’è la vita fuori dalla professione. Un compagno, una compagna, la famiglia, gli amici: non sono accessori, sono fondamentali. La famiglia, soprattutto, è quel sostegno che ti permette di affrontare sacrifici e difficoltà senza perdere te stesso. Perché alla fine, nella professione come nella vita, non conta quanto velocemente arrivi, ma come ci arrivi”.

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