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Artigianato, tra ostacoli globali e nuove opportunità: il punto con Ferrer Vannett

Qual è oggi lo stato di salute dell’artigianato nella provincia di Arezzo e in Toscana?

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È uno degli imprenditori più in mostra dell’Alta Valle del Tevere, titolare della Donati Legnami di cui è anche presidente del gruppo, ha dei ruoli di primo piano nel mondo dell’associazionismo economico ma non solo. Ferrer Vannetti è pure presidente di Confartigianato Imprese Toscana, federazione che riunisce le dieci associazioni provinciali che in Toscana aderiscono a Confartigianato Imprese e che rappresentano oltre 30mila imprese con più di 100mila addetti. Attualmente è membro della giunta e tesoriere di Confartigianato nazionale. È stato nominato nel ristretto board di sei dirigenti nazionali che affiancano il Presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli. È Presidente del Consiglio di Amministrazione di Arezzo Fiere e Congressi.

Qual è oggi lo stato di salute dell’artigianato nella provincia di Arezzo e in Toscana?

“Chiaramente il settore risente anche delle influenze legate ai numerosi accadimenti che si stanno susseguendo nel mondo. Al di là delle difficoltà ataviche del comparto — in particolare il ricambio generazionale e la necessità di trovare e far comprendere ai giovani il valore della scelta di diventare imprenditori artigiani — resta centrale l’idea che questa strada rappresenti, prima di tutto, indipendenza e libertà. Molti forse non hanno considerato pienamente questo aspetto. Eppure, oggi si registra un rinnovato interesse: un numero crescente di giovani, dopo un periodo di attrazione verso mondi percepiti come più facili o più blasonati, sta riscoprendo il valore del creare con le proprie mani. Dare al proprio lavoro una dimensione tangibile offre infatti una gratificazione che va oltre il semplice ritorno economico. Questo non significa che l’aspetto economico sia secondario: per chi fa l’artigiano con competenza e passione, il ritorno c’è ed è concreto. Ma accanto a questo c’è anche qualcosa di più profondo: la salvaguardia di un’identità personale che si fonda su un lascito, sul raccogliere il testimone di una tradizione e di un valore culturale particolarmente radicato nel nostro Paese. Essere artigiani oggi significa quindi diventare testimoni di un’unicità che, in Italia, viene sempre più riconosciuta ed esaltata”.

Quanto le varie guerre sparse nel mondo influiscono nell’economia?

“Le guerre influiscono in una maniera pesante. Lo vediamo oggi per quello che sta succedendo con un aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti, quindi dell’energia. Ma non solo. Questo si ribalta sui trasporti, sui costi comuni di ogni quotidianità: fare l’artigiano in questo particolare momento, quando la popolazione in generale è preoccupata per il domani, non facilità nessun tipo di attività. Non solo quella artigiana. È una cosa trasversale che colpisce tutti. Una volta parlavamo di ‘effetto Butterfly’ che diceva se una farfalla sbatteva le ali, possiamo aspettarci un tifone dalla parte opposta del mondo: questo che sta accadendo non è un battito di ali, questo è già di per se una burrasca; oggi, in un mondo in cui comunque la globalizzazione e le distanze sono così ravvicinate dalla comunicazione e dagli effetti che economicamente si intersecano tra un Paese e l’altro, è chiaro che quel battito di ali diventa un tifone anche prima di quello che pensavamo”.

Quali sono i settori più colpiti?

“Sono piuttosto trasversali a tutta l’economia. Se noi pensiamo semplicemente che da questo stretto di Hormuz, in particolare, passa un quantitativo enorme di gas e di petrolio. Ma non solo quello, pensiamo semplicemente ai concimi che detto così sembra niente. Sulla produzione e commercializzazione dei concimi si basano le economie di tutto il mondo: quel semplice fatto lì sposta i costi dell’agroalimentare in una maniera paurosa, questo si ribalta poi sulla quotidianità delle famiglie. Quanto e forse più addirittura del costo dell’energia”.

Arezzo Fiere e Congressi tra passato e futuro: cosa ha trovato al suo ingresso e che realtà è oggi?

“Io sono entrato in quelle che erano le dinamiche di Arezzo Fiere e Congressi non solo da quando ho assunto la carica di presidente, ma già come membro in Camera di Commercio ho sempre affiancato i processi che interessavano questa realtà negli ultimi anni. Con l’attenzione a mantenere un equilibrio che è sempre stato molto delicato perché è una società che, come ho sempre detto, non si può basare soltanto sugli eventi fieristici per sostenere i costi; non parlo di quelli relativi al personale che nel tempo è stato ottimizzato, oggi abbiamo un personale che è mirato per le attività che vengono fatte e non ci sono eccessi. I costi sono anche altri, se vogliamo pensare soltanto alla partita Imu e quella degli ammortamenti che sono cose elementari di un bilancio, lì siamo già a circa 800mila euro all’anno. Quindi, riuscire a far quadrare un bilancio del genere significa doversi inventare cose nuove. Lo stiamo facendo, fin dal primo giorno che sono entrato nel ruolo di presidente dando un input che è quello di allargare le attività anche agli spettacoli pubblici, a tutta una serie di manifestazioni e di momenti che possano andare ad implementare tutta una serie di attività che servono poi fondamentalmente a generare nuovi flussi. Ma anche portare verso quell’obiettivo, che non è fare utili non essendo nata per questa missione, ma andare in un pareggio tra costi e ricavi facendo da perno e spirale vero per uno sviluppo del territorio. Una sinergia strettissima tra l’attività della società e la città: portare movimento, portare attività sane e anche attività di spettacolo come dicevo, ma soprattutto flussi di persone che possano venire, sostare e pernottare nei nostri territori e ne possano comunque apprezzare e scoprire le valenze che sono veramente tante; da quelle enogastronomiche a quelle culturali. Il nostro territorio è una miniera di spunti sotto questo aspetto: il flusso di persone che si possono portare con le varie iniziative dovrebbe mettere in moto una spirale virtuosa che poi generi ricchezza diffusa”.

Lei è amministratore del gruppo Donati Legnami di Sansepolcro: che momento storico sta vivendo la sua azienda e come state affrontando le difficoltà?

“Io sono la terza generazione come presidente e amministratore della Donati Legnami, nonché titolare insieme ai miei fratelli e alla famiglia Belloni che detiene una quota societaria. Abbiamo avuto, purtroppo, un evento catastrofico alla fine del 2024: di una portata inimmaginabile. Negli anni avevamo avuto altri casi di incendi che si erano susseguiti per cause naturali ma in questo caso, però, siamo andati in una dimensione tale che onestamente ci ha messo in una condizione veramente di incertezza per un lungo periodo. Abbiamo chiuso questo evento alla fine del 2025, quindi un anno dopo, e credo comunque che chi siamo e quello che rappresentiamo con i valori che portiamo avanti possa essere stato ben chiaro e ben chiarito. Pur di fronte ad un evento di questa portata che ci ha causato 15 milioni di euro di perdite e con l’azienda distrutta, i nostri dipendenti non hanno perso un giorno di lavoro: siamo stati in grado di rimetterli tutti al lavoro già dal giorno dopo l’incendio, quando ancora erano in corso le operazioni di spegnimento di una grossa parte dell’azienda; hanno ricevuto tutti regolarmente il loro stipendio e l’azienda non ha saltato una scadenza con nessun fornitore; non ho avuto nessun tipo di incaglio con nessun istituto bancario e abbiamo portato avanti quello che c’è stato insegnato. Di dare la precedenza nel rispettare i nostri impegni: abbiamo mantenuto con enormi sacrifici, anche personali, la nostra clientela perché ci siamo impegnati con tutto quello che possedevamo per mettere a garanzia e permettere questo tipo di svolgimento. La questione incendio è stata chiusa purtroppo con una penalizzazione enorme: il rimborso assicurativo è stato di circa la metà del danno. Quello che abbiamo lottato anche in tutto il 2025 per mantenere aperti i contatti, in questo periodo è abbastanza deprimente vedere come i venti di guerra abbiano messo un punto interrogativo sul lavoro che si svolgeva in certi mercati. Mi riferisco in particolare al Sud-Est asiatico che, a oggi, sta vivendo un rallentamento significativo dovuto a una serie di fattori: dall’aumento dei costi di trasporto e delle materie prime, fino alle difficoltà logistiche nel raggiungere alcune destinazioni con i materiali. Fortunatamente, essendo un’azienda diversificata, riusciamo comunque a gestire questa situazione e a mantenere un flusso di attività sufficiente. Va però detto che provenivamo da una fase di forte espansione, con una crescita annuale del fatturato tra uno e un milione e mezzo negli ultimi tre anni prima dell’incendio; oggi siamo con una realtà dove saremo contenti di poterci attestare alla metà dei fatturati di prima. Se le condizioni in questi mercati dovessero migliorare rapidamente, credo ci siano tutti i presupposti per recuperare il terreno perso. In ogni caso, non abbiamo registrato flessioni nell’occupazione: la dimensione aziendale è rimasta invariata e stiamo lavorando per diversificare ulteriormente, sviluppando nuovi prodotti e attività per compensare il tempo perduto. Siamo dei navigatori che abbiamo sperimentato acque mosse, però oggi siamo in grado di poter tenere la barra dritta”.

Quanto è importante il binomio scuola-mondo del lavoro?

“È fondamentale e lo vediamo ogni giorno di più: al di là di quella che è la preoccupazione per i posti di lavoro, nell’ultimo anno ci sono dei dati molto positivi riguardo a questo. I lavoratori dipendenti fissi sono aumentati di un numero importante, per cui c’è un segnale che comunque il mercato sta tenendo e ha adottato nuovo personale. Però facendo anche un ragionamento molto basico, se noi ci guardiamo in giro e parliamo con qualsiasi tipo di attività o azienda, sono tutti disperati perché non trovano manodopera. Il binomio tra il mondo del lavoro e la scuola dovrebbe funzionare anche in questo senso: è inutile formare persone che poi magari hanno ispirazioni anche falsate, bisognerebbe ritornare a dare un valore diverso al lavoro; rendersi conto di cosa il lavoro può essere per ogni persona nel corso della propria vita, quali sono i valori veri che uno vuole affrontare e soprattutto l’utilità anche sociale che uno si aspetta di poter interpretare. Non si va a lavorare soltanto per ricevere uno stipendio a fine mese e per spirare a farlo in maniche di camicia e giacca: credo ci sia una dignità del lavoro che poi si trasforma in quella di una persona e forse bisognerebbe lanciare un messaggio in quella direzione. Bisogna fare un ragionamento più profondo: capire veramente se uno vuole essere parte di questa società e siccome è una Repubblica fondata sul lavoro, bisognerebbe ritrovare quel senso del lavoro”.

Ad oggi se la sente di dare un consiglio a un giovane che vuole fare impresa?

“Si! Io credo che ad oggi ci siano tante opportunità nel fare impresa. Non è vero che sono terminate. C’è qualcuno che canta da tanto tempo una canzone di sfortuna, nel dire che prima era più facile: io credo che i tempi facili, se questi ci sono stati, è perché c’erano delle condizioni più agevoli. Se uno ritrova lo spirito giusto, io credo che oggi ci sono tanti ruoli che stanno scomparendo; ci sono tante attività che invece avrebbero bisogno di interpreti veri. Alle volte si è personaggi in cerca d’autore come diceva Pirandello: bisognerebbe essere autori in cerca di personaggi e forse riusciremo tutti ad andare avanti in maniera più seria”.

Quali sono i progetti che Confartigianato ha messo in atto per agevolare il mondo dell’artigianato nel fare impresa?

“Prima di tutto è fondamentale prestare grande attenzione a un aspetto che oggi, per chi vuole fare impresa, risulta spesso complesso: la dimensione burocratica. In questo contesto, avere al proprio fianco un’associazione che metta a disposizione tecnici specializzati è un supporto prezioso, soprattutto per affrontare tutte le pratiche necessarie ad avvicinarsi al mondo del lavoro, dalla parte autorizzativa fino agli adempimenti più articolati. Ma non si tratta solo di questo: c’è anche tutto ciò che riguarda il credito e la fiscalità, ambiti in cui poter contare su consulenze qualificate e su riferimenti solidi fa davvero la differenza. Non un supporto ‘mordi e fuggi’ limitato alla fase iniziale, ma un accompagnamento continuo, capace di affiancare l’imprenditore lungo l’intero percorso di vita della sua azienda. Avere qualcuno che assiste concretamente, senza lasciare soli, è essenziale. Così come è importante sapere di potersi rivolgere a un’associazione che non solo ascolta, ma è in grado di rappresentare le istanze e i bisogni dei singoli imprenditori, trasformandoli nella voce di molti e portandoli fino ai tavoli decisionali della legislazione”.

Guardando al futuro, quali sono le prospettive per l’artigianato toscano?

“Secondo me ci sono aspetti importanti, anche perché a volte circolano giudizi negativi che finiscono per diventare una sorta di opinione comune. In realtà, gli artigiani non stanno scomparendo: stanno piuttosto vivendo una trasformazione. Sempre meno ditte individuali e sempre più realtà strutturate. Un dato significativo è proprio questo: se da un lato diminuisce il numero degli artigiani intesi in senso tradizionale, dall’altro cresce il numero dei dipendenti all’interno delle imprese artigiane. Questo indica un cambiamento dimensionale, favorito anche dall’aumento delle competenze e dall’uso delle nuove tecnologie. Oggi esistono botteghe artigiane con un’elevata capacità di innovazione, in grado di interagire direttamente con i mercati esteri. Si tratta quindi di un mondo in evoluzione: fare l’artigiano non significa più soltanto l’immagine stereotipata di chi lavora ogni giorno in bottega con la camicia a quadri, ma può voler dire entrare in un contesto che, pur mantenendo una dimensione umana e un forte legame con il territorio, esprime livelli di competenza e modernità che spesso sorprendono chi non lo conosce da vicino”.

Redazione
© Riproduzione riservata
16/06/2026 09:39:52


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