Opinionisti Fausto Braganti

Si fa presto a dire Israele

Ci si ammazza nel nome di un dio misericordioso che dovrebbe essere lo stesso per tutti

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Si fa preso a dire Israele. Quando lavoravo all’Alitalia imparai subito che c’era un pezzo di terra nel Medio Oriente, di certo non fertile come la Valle Padana, che si chiamava Israele per alcuni, mentre altri lo chiamavano Palestina e infine un altro gruppo preferisce Terra Santa.

Triste conclusine, da mille e più anni ci si ammazza nel nome di un dio misericordioso che dovrebbe essere lo stesso per tutti.

Nessuna elezione in paesi stranieri riceve la spasmodica attenzione che i media americani attribuiscono alle turbolenti vicende politiche di Israele che dalla data della sua fondazione ad oggi gli americani considerano caposaldo di
democrazia nel turbolento Medio Oriente. Ai nostri giorni, di fatto, è pressoché impossibile esagerare il danno che il premier israeliano Netanyhu ha arrecato alla democrazia di Israele, alle sue istituzioni civiche ed allo stato di diritto toccando l’estremo di danneggiare a fondo il rapporto tra la maggior parte degli ebrei americani e lo stato ebraico. Questo è l’esito di una politica etno-nazionalista che ha alimentato un progetto ideologico estremista ed una cultura politica fondata sui principi dell’apartheid. Netanyahu ha installato e moltiplicato una tale “cultura” attraverso la costante espansione di insediamenti proibiti dagli accordi internazionali, sabotando ogni sviluppo tale da condurre alla creazione di uno stato palestinese e delegittimando ogni tentativo di compromesso israelo-palestinese.

Lo stato di permanente occupazione del West Bank e il disumano trattamento di una minoranza palestinese stipata nella fettuccia di Gaza nelle condizioni più penose sono le perduranti manifestazioni dell’estremismo razzista di Netanyahu e della sua ostinata politica di annessione dei territori occupati. Adesso però sembra che l’esiziale supremazia di Netanyahu sia prossima a chiudersi grazie ad una coalizione che - incredibile dictu -
include Ra’am, un partito principalmente islamista che raggruppa cittadini israeliani di etnia palestinese. La nuova coalizione - bisogna ammetterlo - è una alleanza di partiti della sinistra, di centro e dell’estrema destra che si spera osservi una linea di condotta più moderata e ragionevole. Ma forse è eccessivo sperare che il nuovo schieramento anti-Netanyahu alteri a fondo lo status quo dell’occupazione senza fine e della violenza coordinata dalle autorità di governo, inclusa quella che mira ad esautorare la minoranza palestinese demolendo le sue abitazioni nelle zone ambite dai “coloni” ebraici.
La spinta alle demolizioni nella zona orientale di Gerusalemme e l’aggressiva
soppressione delle proteste palestinesi sono state la miccia che ha scatenato
l’ultimo conflitto israelo-palestinese in cui gli israeliani si sono vantati di
“difendere” il loro territorio dai rudimentali razzi lanciati da Gaza. Ma qualcosa di nuovo ha alterato la tragica scena palestinese. Per la prima volta, una massa di americani, dai leader della nuova amministrazione democratica ad una crescente massa di americani (ebrei inclusi) sta forzando un cambio di direzione in materia del conflitto e dell’appoggio, favorito dall’ex presidente Trump, all’ideologia di estrema destra imposta dal governo Netanyahu.
L’America non può più ignorare l’ignobile trattamento dei palestinesi da parte
dello stato ebraico. La stretta alleanza con Netanyahu ha reso impossibile
l’adempimento di obblighi negoziali sollecitati da una maggioranza di Paesi
democratici ma in modo particolare la dimostrazione di empatia verso il popolo palestinese. Se qualcosa ora è cambiato, lo si deve ad una equiparazione morale della causa palestinese con il movimento di Black Lives Matter esploso negli Stati Uniti. Il diritto alla “auto difesa” non puo’ essere invocato come fine ultimo ed imprescindibile in una situazione complessa che dovrebbe riconoscere i diritti alla pace, alla libertà e ad una misura di autogoverno anche da parte di coloro che non detengono alcun potere in quella che era la loro terra. In Israele, come altrove, e’ giunto il momento di portare avanti la causa della pace, della giustizia e dell’eguaglianza. Agli Stati Uniti spetta in particolare il compito di stabilizzare la situazione conflittuale che Netanyahu ha spregiudicatamente esasperato. 
L’amministrazione Biden ha frattanto riaperto un ufficio di collegamento diplomatico con il governo del West Bank ed ha stanziato 40 milioni di dollari di assistenza. Ben poca cosa in confronto al miliardo di “aiuti di emergenza” che il governo di Gerusalemme intende estorcere da Washington ma perlomeno il segretario di stato Blinken ha parlato di “ricostruire il rapporto” con l’Autorità Palestinese e di riaprire il consolato americano nel settore orientale di Gerusalemme. Ed ancora, Biden ha promesso di destinare aiuti per 360 milioni di dollari ai palestinesi. Occorre ricordare che la presidenza filo-Netanyahu di Trump aveva cancellato ogni traccia di relazioni con i
palestinesi e qualsiasi fonte di aiuti. Qualcosa dunque si sta muovendo, se non altro perché’ la nuova amministrazione americana si sforza di tenere in vita il progetto di uno stato palestinese. Il segretario di stato Blinken lo ha definito Il “corso migliore” nella speranza di rilanciare una trattativa diplomatica.
In ultima analisi, comunque, tutto ruota attorno alla prospettiva di una mutazione del rapporto che lega l’America allo stato ebraico. Ci si chiede se gli Stati Uniti, che per lunghi decenni hanno agito da protettore, fornitore di armamenti e finanziatore di Israele siano pronti, su spinta dell’opinione pubblica interna, ad elevare finalmente il proprio “engagement” verso l’obiettivo della soluzione dei due stati.  

In pratica, secondo gli esperti filo-ebraici, nessuno sembra interessato che gli Stati Uniti tornino ad agire da “broker” di un accordo che preveda due stati.
A conti fatti, tutto quello che si può sperare come risultato dello “engagement” americano è che i palestinesi, dentro e fuori delle loro “enclaves” in Israele, riescano quanto meno a godere della promessa americana di “eguali misure di libertà, sicurezza, prosperità e democrazia”.
Di più non possono sperare.

Per finire penso sarebbe opportuno che tanti di quegli ebrei russi (ex sovietici) ultimi arrivai e grandi sostenitori Netanyhu leggessero “Israel without Zianism” di Uri Avneri, ma questo è un altro discorso. 

Nella foto alcuni ebrei di New York che sostengono la causa dei palestinesi

Redazione
© Riproduzione riservata
07/06/2021 14:27:02

Fausto Braganti

Fausto Braganti - Pensionato, attualmente residente nelle Corbieres (sud est della Francia, vicino a Perpignan). Nato e cresciuto a Sansepolcro. Dopo il liceo ha frequentato l’Università di Firenze, laureandosi in Scienze Politiche al Cesare Alfieri. Si è trasferito a Londra nel 1968, dove ha insegnato italiano all’Italian Center per poi andare a Boston negli Stati Uniti, dove ha lavorato per Alitalia per 27 anni con varie mansioni e in diverse città, sempre nel settore commerciale. Dopo Alitalia è rimasto nel campo turistico per altri 15 anni per promuovere l’Italia agli americani. Ha pubblicato un libro di memorie, “M’Arcordo…” sulla vita a Sansepolcro nel dopo guerra, ottenendo un discreto successo. Ama la Storia: studiarla, raccontarla e scriverla.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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