Opinionisti Giorgio Ciofini

Ai tempi di Celestino e Giovannino

Persone che si ricordano con simpatia e anche con un pizzico di nostalgia

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I due fratelli appartengono a quella tradizione dei semplici, che non hanno tutte le rotelle a posto, ma che si ricordano con simpatia e anche con un pizzico di nostalgia.

Ai tempi di Celestino e Giovannino

         Non so cosa ho preso da mio padre, cioè dal mi’ babbo, ma una cosa l’ho presa di sicuro: la distrazione. Un difetto per gli altri, che io la considero un dono, perché era sua. Insomma è qualcosa di lui che vive in me, un po’ come il gene egoista di Richard Dawking, è il granello d’immortalità che devo a lui. Mio padre, da geometra, ha accatastato mezza Padania negli anni cinquanta, che ero un citto tra l’asilo e la scuola primaria. Ogni estate, la famiglia partiva in missione oltre la linea del Po’ e rincasava quando cominciavano a cadere le foglie, al primo vento d’autunno. Veramente, a lavorare, era solo mio padre anche se, talvolta, mio fratello Sergio gli faceva da scrivano. La mamma, come tutte le donne, aveva il suo bel daffare in casa e, a me, toccava il privilegio di esplorare quelle terre lontane e la gente che stava oltre il Po’ e di giocare coi fiulet di lassù. Due o tre giorni e già ero uno di loro, una settimana e parlavo la loro lingua, un misto tra il tedesco, il francese e lo slavo. In quelle missioni estive mio padre, cioè ‘lmi babbo, s’alzava che non era spuntato il sole e, in quelle albe, realizzò un paio di imprese da Guinnes dei Primati. Il gallo non aveva ancora cantato - assicurava mia madre – quella volta che infilò la porta dell’armadio di camera, disse “Madonna Angela, che buio!” e tornò a letto. Un’altra volta, che s’era alzato col sole, uscì in missione con una scarpa nera e una marrone. Se n’accorse l’Angela, quando lui tornò a casa la sera. Quanto a me non sono ancora arrivato a quelle vette, ma non c’è giorno che non perdo qualcosa. Garantito che non sono un corno! Viaggio sempre con il capo tra le nuvole, anche quando in cielo non se ne vede una e, ai tempi, ne combinavo quante Carlo in Francia. Così la mamma, ch’era di mano lesta, quand’era in bona mi rimproverava co’na frase ricorrente e sibillina: “Celestino vacci te a le stanghe, ch’è più giudizio!” Io, a ‘sto Celestino, mi c’ero anche un po’ affezionato, perché mi risparmiavo un ceffone. Mi sono sempre chiesto, però, chi fosse veramente. L’ho scoperto solo l’altro giorno da Sergio, che l’ha visto coi suoi occhi, al Tucciarello. Celestino aveva un fratello, che si chiamava Giovannino. Dio li fa e pu’ l’apaia. Erano due ragazzoni grandi, grossi e vispi quant’un pollo cieco. Quella volta la famiglia era andata a pigliar l’oglio da’ le parti di San Zeno e, su la via del ritorno, alla discesa de’ l’Olmo quel prezioso carico finì lo stesso ‘n un fosso, nonostante a le stanghe ci fosse andato Celestino. Comunque su chi avesse più giudizio fra i due fratelli, è questione ancor’aperta e, volendo, ci sarebbe d’aggiungere la mamma. Ma non è quello il solo momento ‘n cui Celestino e Giovannino passarono alla storia. Quando la povera donna che li mise al mondo se n’andò da questa terra (e fu uno dei meglio giorni de’ la su’ vita) la tennero una settimana acanto al foco, perché gli faceva freddo. Non riuscirono, però, a riscaldalla e armase tinca e fredda com’un baccalà. L’ottavo giorno chiamarono ‘n amico, che constatò il decesso, ma non ciaveva capito gnente. Quei tre, ‘nfatti, erano de razza immortale, in quanto mangiavano il nettare de’ l’api di Sargiano che, come quello de li Dei, garantisce l’immortalità. Infatti, qualch’anno prima, al tempo di guerra, Celestino s’era preso ‘na fucilata nella schiena da ‘n tedesco e non fece manco bai. Era da poco passato l’8 settembre del ’43, quando transitò davanti a ‘n posto di guardia, cantando Bandiera Rossa a tutta canna. Di fronte all’alt della sentinella deutch, non si voltò neanche e prosegui dritto com’un fuso. Il tedesco gli sparò ‘na fucilata nella schiena, la pallottola lo trapassò da parte a parte, ma Celestino continuò pe’ la su’ strada, come niente fosse. Tant’è che, una decina d’anni dopo, andò a pigliar l’olio a San Zeno con Giovannino. Per me anche la su’mamma, se un fosse entrato quel’amico che constatò il decesso, sarebbe armasta tinca, ma sarebbe ancora viva e vegeta.

Redazione
© Riproduzione riservata
16/08/2020 09:20:11

Giorgio Ciofini

Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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