Opinionisti Giulia Gambacci

Lucio Battisti, il genio riservato della canzone italiana

Un innovatore di quelli che hanno firmato un’epoca, “blindando” la sua privacy

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Quando si parla di cantautori, il primo nome che ancora viene in mente per associazione d’idee è quello di Lucio Battisti, anche se in settembre saranno trascorsi 22 anni dalla sua prematura scomparsa. Lui di anni ne aveva soltanto 55 e le sue canzoni rimangono sempre più autentiche “pietre miliari” della musica leggera italiana. Fermo restando che lui era tutto: compositore (anche per altri artisti), polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico. L’inconfondibile timbro in falsetto – e una notevole estensione di voce – ha impresso un ulteriore marchio alla sua vasta produzione, che ha segnato una svolta decisiva nel pop e nel rock italiani, personalizzando e innovando la canzone tradizionale e melodica, intesa come successione di strofe, ritornello, inciso e finale. Ha venduto in carriera oltre 25 milioni di dischi. Di Lucio Battisti erano proverbiali anche i suoi riccioli e nota la sua privacy: pochissime interviste e periodi nei quali scompare dalla scena, non certo quella canora. Nel ripercorrere la sua vita, parleremo ovviamente delle tante canzoni che lo hanno reso famoso, dell’incontro decisivo con Mogol e di tante altre tappe di una carriera che fin dai primi anni è indirizzata sui binari della musica. Un grande della nostra musica? L’affermazione più scontata è proprio questa: e allora permetteteci di ribattezzarlo un grande “speciale”, solo perché anche chi è poco appassionato di musica ricorda le sue melodie e le frasi delle tue canzoni. Pensiamo a “Che ne sai tu di un campo di grano?” (Pensieri e Parole), oppure “Acqua azzurra acqua chiara, con le mani posso finalmente bere”, o ancora “Mi ritorni in mente, bella come sei”, “Non sarà un’avventura”, “Dieci ragazze per me posson bastare”, “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?” e soprattutto l’inconfondibile ritornello “Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi emozioni”. E allora, tuffiamoci nelle emozioni di Battisti.

 

Più giovane di un solo giorno rispetto al collega Dalla (Lucio anche lui!), Battisti nasce quindi il 5 marzo 1943 a Poggio Bustone, in provincia di Rieti. Di alcuni risvolti della sua vita, proprio per l’estrema riservatezza che lo caratterizzava, si conosce poco: pare comunque che si trattasse di un bambino tranquillo con semmai problemi di peso. È figlio di un impiegato alle poste di consumo e di una casalinga che di cognome fa Battisti anche lei. Nel 1947, la famiglia si trasferisce a Vasche di Castel Sant’Angelo, sempre nel Reatino e tre anni più tardi a Roma. Da piccolo pensa di farsi sacerdote ed è chierichetto che serve la Messa, ma un giorno il prete gli dà uno schiaffo perché chiacchiera con un amico in chiesa e allora comincia lentamente ad abbandonare questo proposito. Come regalo per le promozioni scolastiche alle medie, riceve una chitarra dai genitori e il suo primo maestro di questo strumento sarebbe stato l’elettricista del paese, anche se fondamentalmente rimane un autodidatta; Ray Charles, Bob Dylan e i Beatles riscuotono gradimento in lui, che a 20 anni suona come chitarrista nel gruppo “Gli Svitati” del pianista e cantante Leo Sanfelice. La chitarra lo attira più dello studio e allora il padre lo minaccia di spedirlo al militare (avrebbe avuto diritto all’esenzione perché figlio di un invalido) se non si fosse diplomato. Per evitare la leva, lui diventa perito elettrotecnico. Nel ’62 suona a Napoli con “I Mattatori”, anche se economicamente non sfanga: torna quindi a casa, entrando nel gruppo romano de “I Satiri”, che si esibisce al night “Cabala” assieme al più famoso gruppo de “I Campioni”, in cerca di un chitarrista. Battisti accoglie l’offerta e si trasferisce a Milano, dove il complesso gravita in prevalenza. Milano e poi dal ’73 Molteno, in Brianza, diventano le sue residenze fino alla morte. È il leader de “I Campioni”, Roby Matano, a prendere consapevolezza del talento di Battisti e a stimolarlo a scrivere; nascono pezzi quali “Se rimani con me”, composti da Matano, che però non è iscritto alla Siae e allora vengono depositati a nome di Battisti. Alcuni brani verranno poi riveduti sulla base di nuovi testi di Mogol: è il caso di “Non chiederò la carità”, ovvero il successivo “Mi ritorni in mente”. Nel 1965, la svolta: appuntamento con il discografico Franco Crepax e, durante il provino, l’editrice musicale Christine Leroux (scopritrice di talenti per la discografica Ricordi) lo mette in contatto con Giulio Rapetti, il paroliere più conosciuto come Mogol, che sulle prime non sembra entusiasta, anche se l’umiltà di Battisti nel volersi migliorare lo spinge a collaborare con lui e a spronarlo. Ed è proprio Mogol a “imporlo” alla Ricordi, pena le dimissioni; “Adesso sì” è il titolo della canzone con la quale debutta nelle vesti di solista al Festival di Sanremo del 1966: gli interpreti del brano sono Sergio Endrigo e Chad & Jeremy, poi segue il primo 45 giri (“Dolce di un giorno” e “Per una lira”), ma non è un successo di vendite. Il successo non è comunque lontano da venire: l’anno 1967 è quello di “29 settembre” (che comincia con “Seduto in quel caffè, io non pensavo a te”) e la firma è di Mogol e Battisti; è uno dei pezzi forti del complesso “Equipe 84”, che scala la vetta della hit parade. Sempre nel 1967, il duo Mogol-Battisti compone “Nel cuore, nell’anima” sempre per gli “Equipe 84”; per Riki Maiocchi, ex de “I Camaleonti”, scrivono poi “Uno in più”, considerata una canzone-manifesto della cosiddetta “Linea verde” con cui Mogol vuole dar vita a un rinnovamento della tradizione musicale italiana. Ancora nel 1967, Battisti compone “Non prego per me” per Mino Reitano e l’anno dopo è quello del singolo contenente “Prigioniero del mondo”, che non ottiene gran successo a “Un disco per l’estate” 1968, mentre il pezzo sull’altra facciata, “Balla Linda”, si trasforma nel suo trampolino di lancio: una canzone melodica senza rime baciate che giunge quarta al “Cantagiro” sempre del ’68 con ingresso in hit parade; la versione inglese della canzone spopola negli Stati Uniti. Battisti sente che è giunta l’ora di scendere in campo anche nelle vesti di cantante e nel 1969 eccolo a Sanremo con “Un’avventura”, eseguita in coppia con Wilson Pickett: nono posto finale e popolarità in crescendo assieme anche alle critiche. Natalia Aspesi, celebre penna de “Il Giorno”, quando descrive la sua voce parla di “chiodi che gli stridono in gola”. Il 1969 è anche l’anno di “Non è Francesca” e del primo album, intitolato semplicemente “Lucio Battisti”, ma anche di un 45 giri “storico”: le due facce sono occupate da “Acqua azzurra, acqua chiara” e da “Dieci ragazze”. E ancora nel ’69, rivela il suo fidanzamento con Grazia Letizia Veronese, segretaria di Miki Del Prete nel Clan Celentano; la Veronese sarà poi moglie e compagna di vita. “Acqua azzurra, acqua chiara”, presentata nel corso della trasmissione “Speciale per voi” di Renzo Arbore, si trasformerà nel piacevole “tormentone” di quella estate e conquisterà il terzo posto al “Cantagiro”. È anche l’estate del suo primo tour: 21 serate e, in contemporanea, la casa discografica “Numero Uno”, fondata assieme a Mogol con il coinvolgimento del complesso Formula 3, di Bruno Lauzi, di Edoardo Bennato, di Adriano Pappalardo e di Oscar Prudente, anche se contrattualmente Battisti rimane legato alla Ricordi. La sua produzione non si arresta: in ottobre esce il terzo singolo, con i brani “Mi ritorni in mente” e “7 e 40”; lo presenta in radio alla trasmissione “Gran varietà”, condotta da Walter Chiari e conquista il primo posto in hit parade. In parallelo, Battisti continua a fare il compositore e firma il successo dei “Formula 3” con “Questo folle sentimento”, mentre la versione in inglese de “Il paradiso della vita” arriva al top nelle classifiche britanniche e sarà Patty Pravo a portarla al successo in Italia con una cover ripresa dal brano che oltre Manica interpretavano gli Amen Corner. Con la stampa, il rapporto è particolare: interviste sì, ma senza mai stuzzicare la curiosità dei giornalisti per salvaguardare la sua privacy, quindi niente gossip: “Lucio Battisti deve essere giudicato per le canzoni che scrive e per le canzoni che canta”, dice un giorno. Fra quelle che scrive nel 1970 c’è anche la celebre “E penso a te” per Bruno Lauzi e suona la chitarra nel brano “La prima cosa bella”, seconda classificata a Sanremo con interprete Nicola di Bari: partecipa ancora a “Speciale per voi” e dichiara di non essere politicamente impegnato. Viene di nuovo criticato per la sua voce e allora lancia una domanda sulle sue proposte musicali: “Vi piacciono o no?” E’ un coro di “sì” e poi canta “Il tempo di morire” e “Fiori rosa, fiori di pesco”; quest’ultima canzone gli vale il successo al Festivalbar 1970. In ottobre, esce un altro singolo di successo con “Emozioni” e “Anna”, poi in novembre è pronto l’album “Amore e non amore”; un album sperimentale e di non facile comprensione, con brani strumentali e tendenti al rock progressivo, per cui la Ricordi decide di metterlo da parte e di pubblicare in dicembre la raccolta “Emozioni”, che contiene brani dai singoli già pubblicati senza niente di inedito. Un’operazione commerciale, che però incrina i rapporti fra Battisti e la Ricordi. L’anno 1971 si apre con l’uscita della canzone che forse più delle altre suggella il suo talento: “Pensieri e parole”, con “Insieme a te sto bene” sull’altra facciata. C’era chi sosteneva che questo 45 giri avrebbe portato alla fine della collaborazione con Mogol e invece “Pensieri e parole” arriva a essere definita la “regina di hit parade” dal suo conduttore, Lelio Luttazzi. La particolarità di questa canzone, emersa durante la trasmissione “Teatro 10” con un apposito video, è la sovrapposizione fra due immagini di Battisti che cantano le due parti della canzone. In quel periodo, esce anche “Eppur mi son scordato di te”, altro successo di quell’anno eseguito dai Formula 3. Nel luglio del ’71, la Ricordi pubblica “Amore e non amore” con assieme il singolo “Dio mio no” ed “Era”. Il primo pezzo (“Dio mio no”) subisce la censura per una frase dai contenuti considerati erotici. In settembre scade il contratto con la Ricordi e Battisti può passare alla Numero Uno, pubblicando il primo singolo in novembre con altri due brani di successo: “La canzone del sole” e “Anche per te”; intanto, scrive sempre canzoni per i Dik Dik, Mina (“Amor mio” è un altro successo di allora), Bruno Lauzi (“Amore caro, amore bello”). Little Tony e i Formula 3. Il 1972 inizia con “I giardini di marzo”, in un singolo assieme a “Comunque bella” e il suo album “Umanamente uomo: il sogno” è il più venduto di tutto l’anno. Intanto, si distacca sempre più dai media, tanto da spingersi ad affermare che è l’olio di ricino è meglio della televisione. Piovono ancora critiche su di lui e sulla sua voce, ma lui va avanti; non solo: l’album “Il mio canto libero”, che esce in novembre assieme al singolo “Il mio canto libero” e “Confusione”, risulterà il più venduto nel 1973, nonostante c’è chi ritenga Battisti persino uno stonato. Con le apparizioni pubbliche finisce qui e anche con le composizioni per altri cantanti siamo all’epilogo: da ricordare “E’ ancora giorno”, cantata da Adriano Pappalardo. Il 25 marzo 1973 è un giorno speciale per Lucio Battisti: nasce infatti Luca Filippo Carlo, figlio suo e di Grazia Letizia, ma da quel momento la rottura con i giornalisti è totale, perché il giorno dopo il periodico “Sogno” pubblica un articolo nel quale a Battisti viene attribuito un flirt inesistente con l’attrice Zeudi Araya; il 27 marzo, Battisti caccia due fotografi dalla stanza della clinica e vi si bracca per quattro giorni assieme alla compagna e al figlio appena nato. La stampa gli dà allora addosso, definendolo burbero e apatico, ma non molla la presa, nemmeno quando in Brianza stava facendo costruire la sua villa accanto a quella di Mogol a Dosso di Coroldo, nel Comune di Molteno. Il suo distacco dai media e dalle esibizioni dal vivo diventa totale. In settembre, esce l’album “Il nostro caro angelo” (che vende mezzo milione di copie) e il singolo omonimo con assieme “La collina dei ciliegi”. Negli arrangiamenti compaiono per la prima volta gli strumenti elettronici e si riducono archi e fiati. A fine ’74, un viaggio in Sudamerica gli ispira “Anima latina”, forse il disco più ambizioso con brani lunghi e una strumentazione stratificata con i sintetizzatori; è un disco che valorizza il ritmo, con testi sempre più criptici e con un canto soffuso e tenuto volutamente a volume basso. E “Anima latina” è anche il titolo di uno dei pezzi: Mogol lo ritiene il testo più bello scritto da Battisti, ma c’è anche “Macchina del tempo”, incentrato sulle conseguenze dell’alienazione per la sofferenza amorosa. Il disco staziona in classifica per 65 settimane: una permanenza record per Lucio Battisti, che ha oramai ha introdotto un nuovo modo di fare musica in Italia. Una volta deciso che parlerà solo attraverso le sue canzoni (così dice nella sua ultima intervista nel ’79), Battisti parte per l’America e importa le novità della disco music; non appena torna, suo figlio di soli 2 anni e 4 mesi sfugge a un tentativo di rapimento: lo salva la baby-sitter. E siamo al 1976, l’anno di “Ancora tu”. La canzone è offerta a Mina, che però rifiuta: in febbraio esce l’album “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera” (che risente dell’influenza della disco music) con il corredo del singolo in cui vi sono “Ancora tu” e “Dove arriva quale cespuglio”; l’album, con Ivan Graziani alla chitarra, vende quasi 500mila copie ed è il terzo più venduto del ’76, poi il 3 settembre si sposa con Grazia Letizia in matrimonio civile e dice “sì” alla proposta della Rca per un album in lingua inglese che nel marzo 1977 verrà pubblicato con il titolo “Io tu noi tutti”, assieme a un altro 45 giri di successo: “Amarsi un po’” e “Sì, viaggiare”. Il disco arriva al secondo posto nelle vendite di quell’anno e nel 1978 l’amato Lucio raggiunge il top commerciale intorno al milione di copie con l’album “Una donna per amico”, accompagnato dal 45 giri in cui vi sono l’omonima canzone e “Nessun dolore”. Nel febbraio del 1980, ecco un altro album: “Una giornata uggiosa”, titolo anche del singolo a corredo in cui è inciso anche “Con il nastro rosa”; risale al 4 luglio di quell’anno la sua ultima apparizione televisiva in una rete svizzera di lingua tedesca: canta in playback “Amore mio di provincia”, poi scompare dalla scena pubblica. “Un giornata uggiosa” segna di fatto anche la fine del rapporto con Mogol, dal quale si stacca per divergenza di vedute: Mogol è più tradizionalista, Battisti è più innovativo, ma è una separazione tranquilla e senza litigi, nonostante un piccolo problema sorto fra i due sulle ripartizioni dei diritti d’autore. E se Mogol prosegue sulla sua strada con Riccardo Cocciante, Battisti va avanti con Velezia (lo pseudonimo della moglie) e con Pasquale Panella. Ma prima di questo passaggio, Battisti si abbandona più a hobby e passioni, in particolare il windsurf con l’amico Adriano Pappalardo e nel settembre del 1982 pubblica “E già”, album a sorpresa con canzoni di breve durata (un solo pezzo oltre i 4 minuti) e con i sintetizzatori al posto degli strumenti; i testi sono opera della moglie Grazia Letizia e il disco va in testa alle classifiche, anche se non ottiene il successo commerciale dei precedenti, a causa in primis di una scarsa campagna promozionale e per alcune prerogative ancora troppo “avanzate” per il mercato musicale italiano. “E già” invia un messaggio chiaro: era avvenuto un cambiamento radicale e nulla sarebbe più rimasto come prima. Fra l’82 e l’83 collabora con Adriano Pappalardo per gli album “Immersione” e “Oh! Era ora”, conoscendo il paroliere Pasquale Panella, che aveva scritto i testi. La collaborazione con quest’ultimo dà il via all’ultima fase della carriera di Battisti; prosegue il percorso avviato con “E già” (irrompono sulla scena musicale il rap e la techno) e i testi di Panella sono diversi da quelli di Mogol: difficili da comprendere e con giochi di parole e doppi sensi, tanto che anche il pubblico comincia a calare. Tuttavia, l’uscita dell’album “Don Giovanni” nel marzo del 1986 – arrangiamenti meno elettronici e sonorità sintetiche integrate con quelle tradizionali – non passa inosservata: la critica si divide. Per Francesco De Gregori, “Don Giovanni” è una pietra miliare, mentre per qualcun altro è una “palla”, ma le vendite danno ragione a Battisti. Minori i consensi per l’album “L’apparenza”: siamo nell’ottobre del 1988 e Panella scrive i testi con Battisti che vi scrive sopra la musica. Viene meno la struttura tradizionale della canzone. Due anni più tardi, nell’ottobre del 1990, l’album “La sposa occidentale” vende un buon numero di copie (400mila), ma in questa classifica è 34esimo; il pubblico avverte la nostalgia dei tempi d’oro con Mogol e l’assenza prolungata dalle scene comincia sempre più a mitizzare la figura di Battisti. Che però con i generi musicali nuovi (si è parlato di rap e techno) non sfonda come un tempo: lo dimostra “Cosa succederà alla ragazza”, nell’ottobre del 1992 e la conferma di una parabola commercialmente in fase discendente per lui arriva nel 1994 con “Hegel”, che contiene riferimenti al grande filosofo tedesco. Da quel momento in poi, si parla di un riavvicinamento fra lui e Mogol, che di fatto non avviene, poi nell’ottobre del 1996 tutti si aspettano un nuovo album di Battisti, nel rispetto della cadenza biennale che si era dato. Niente di ciò! Circolano voci si presunti problemi con le case discografiche per le sue richieste troppo alte rispetto al calo delle vendite degli ultimi anni. Intanto, il 27 febbraio 1997 viene scoperto un asteroide chiamato “9115 Battisti” in suo onore e solo un pesce d’aprile a regola d’arte gli attribuisce un nuovo disco su internet. Il titolo fantomatico è “L’asola”, che con spostamento di accento diventa in romanesco “La sòla”, ossia la fregatura. Non è invece un pesce d’aprile, purtroppo, la notizia del ricovero di Lucio Battisti in un ospedale di Milano: siamo alla fine di agosto del 1998. Negli undici giorni di degenza non filtrano bollettini medici per volere della famiglia: Mogol scrive una lettera a Battisti che arriva alla clinica. Il 6 settembre, le condizioni di salute dell’artista si aggravano: trasferimento nella terapia intensiva del San Paolo di Milano, ma la mattina del 9 settembre Lucio Battisti muore e le cause del suo decesso non vengono ufficialmente comunicate, a parte la dicitura generica “intervenute complicanze in un quadro clinico severo sin dall’esordio”. I funerali si tengono in forma strettamente privata a Molteno, con sole 20 persone al seguito, fra le quali c’è Mogol. La salma sarà poi trasferita nel 2013 a San Benedetto del Tronto, residenza della vedova e cremata dopo 15 anni esatti dalla morte. Le ceneri sono conservate dalla famiglia e a Molteno rimangono la villa di famiglia e la cappella vuota. Persino il “New York Times” lo ha definito il più famoso cantante pop italiano e la voce degli italiani divenuti adulti a cavallo fra anni ’60 e ’70. I suoi 20 album sono tuttora interpretati dagli artisti che lo omaggiano in continuazione e sono tornati nelle classifiche dei dischi più venduti. A conferma di quanto sottolineato in apertura, il 75% dei giovani ha affermato che nell’estate 2009 è stato lui il più cantato sulle spiagge di casa nostra. Ma anche quel 9 settembre 1998, quando si sparse la notizia della morte, tutti gli italiani hanno avvertito dentro una sorta di ideale lutto nazionale: Lucio Battisti era scomparso sul serio e non solo dai contesti pubblici. Era venuto a mancare un simbolo collettivo di un’era che rimane impressa anche attraverso le sue canzoni. Quelle che ancora oggi cantiamo e ascoltiamo. È il sigillo indelebile che solo i grandi sanno lasciare.    

Redazione
© Riproduzione riservata
02/07/2020 12:00:01

Giulia Gambacci

Giulia Gambacci - Studentessa universitaria, si sta laureando presso l’Università degli Studi di Siena in Scienze dell’Educazione e della Formazione. Ama i bambini e stare insieme a loro, contribuendo alla loro formazione ed educazione. Persona curiosa e determinata crede che “se si vuole fare una cosa la si fa, non ci sono persone meno intelligenti di altre, basta trovare ognuno la propria strada”. Nel tempo libero, oltre a viaggiare e fare lunghe camminate in contatto con la natura, ama la musica e “pasticciare” in cucina.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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