Opinionisti Giorgio Ciofini

Il Cittino

Il venditore di polli nella provincia di Arezzo

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Vendeva i polli al giro per i mercati della provincia e, ogni tanto, gli capitavano avventure che un tempo erano famose come Garibaldi.

Il Cittino

                Non si sa neanche perché tutti lo chiamavano così. Andava al giro per tutta la provincia, col Nanni, ‘l su’ carretto e le stie piene di polli, de oci e de nane mute, quando ancora c’era il re. S’apollaiava in cima al balcastruzzo de le gabbie acatastate su tre piani, che manco ‘n ingegnere edile. Più che ‘n carretto, a la fine, il suo era divento ‘n grattacielo co’ le rote e il Cittino, se cadeva de lassù ‘n vetta, invece ch’al mercato finiva dritto dritto da Verina. Il Nanni, ch’aveva più giudizio, s’acomodava dietro al carro co’ le gambe a penzoloni aa reggere la fune che teneva insieme quel palazzo viaggiante ‘n cima al quale stava ‘l Cittino. Ma, lungo la strada, facevono le stesse stazioni del Mighela quando veniva a’ Rezzo da Quarata. Solo che, invece che ne l’osterie o nelle stazioni di servizio, si fermavano a fare ‘l pieno dai contadini. Eron di quelli che, co’ l’acqua, manco ci si sciacquavano le palle, e non perch’a que’ tempi ancora un c’erano i bidè. Siccome il grattacielo del Cittino non ciaveva l’ascensore e, per scendere e risalire, ce voleva mezza giornata bona, s’era messo d’acordo con Nanni il quale, quando gli davano ‘n gotto di quel bono, gni doveva fare l’occhiolino. Un giorno d’una estate che scottava anch’i muri e la gola gli era diventa secca quant’un campo di stoppie, si fermarono a ‘na fattoria da le parti di Foiano. Arivarono, salutarono, pesarono, discussero, comprarono i polli, l’oci e le nane e, al gotto il Nanni, da quanto sapeva d’aceto, l’occhi li strizzò tutti due. A la vista il Cittino se buttò dal balcastruzzo e que la volta artornarono a’Rezzo co’ la gola che gli bruciava com’il culo quand’hai le morroidi. Il Cittino, nel su’ carro, praticamente ciabitava tranne pe’ le feste comandate, perché lavorare nel giorno del Signore, a que’ tempi, era peccato mortale. Così, que la domenica, era sceso dal carro e era vito a ballare ‘n biciletta da le parti di Gragnone. Verso mezzanotte decise ch’era l’ora d’artornare a casa, perché ‘l giorno dopo c’era il mercato a’Nghiari e doveva fare ‘na levataccia. Tirava una tramontanina ch’acapponava la pelle e meno male che la strada era ‘n discesa. S’era messo tutto ‘n ghingheri e aveva indossato il capèllo de le feste comandate, che li toccava tenere co ‘na mano, sennò ‘l vento lo portava chissandò. Con la su’ biciletta andava a zigo zago ch’era ‘na bellezza, ma propio davanti al cimitero di Santa Firmina lasciò ‘n attimino il capello per fasse ‘l segno del a croce e una folata galeotta lo portò via. Il cittino guardò il su’ capello volare com’un disco volante e aterrare propio ‘n mezzo a le tombe. L’era costato ‘n par di stie di polli e non poteva mica lasciallo lì? Così non ci pensò du’ volte, montò s’un greppo acanto a uno dei muri del camposanto, ciacostò la biciletta e saltò dentro ch’era l’ora delle streghe. Ma era un di quelli che unn’aveva paura manco del diavolo e l’unica cosa che l’importava era d’artrovare ‘l su’ capello. Non c’era manco un briccico de luna e gli toccò arcercallo tra le tombe per un’oretta bona, a la luce delle stelle. Alla fine lo tastò ‘n mezzo al quel buio che si tagliava a fette. Tutto contento, lo prese, l’arpulì, lo struciò parecchie volte nei calzoni e lo tenne ‘n mano come l’omini a la Messa, ma i problemi unn’erono finiti. Da la parte del Camposanto un c’era ‘l greppo e que’ muri eron troppo alti per scavalcalli e ‘n vetta al cancello, c’eron certi spungiglioni di ferro ch’era meglio unn’ceprova’nneanche. Oramai s’era rassegnato a passare la notte coi defunti, quando sentì dei passi pe’ la via. Stava arrivando qualcuno! Meno male, disse fra sé, il Cittino, e quando l’omo passò davanti al cancello, arappò un lumino per fasse vedere e gli berciò: “Bonomo, bonomo me date ‘na mano, per piacere?” Ma quello telò berciando a più non posso, com’avesse visto un fantasma e svegliò tutta Santa Firmina. Così l’abitanti se tapparono ‘n casa che la fifa faceva novanta e, al Cittino, gli toccò ballare dal freddo al Composanto, tutto ‘n ghingheri e col su’ capello bono fino a la mattina.      

Giorgio Ciofini
© Riproduzione riservata
05/02/2019 12:03:20

Giorgio Ciofini

Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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