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L'autogol della caduta di Mario Draghi per il ritorno al voto: la solita irresponsabile Italia

Denaro, potere e visibilità, gli obiettivi di alcuni nostri politici, bravi solo nel fare promesse

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Dopo la sfiducia a Mario Draghi, il 25 settembre si tornerà a votare in Italia per le politiche. Come tutti sanno, per questione di mesi (sei-sette, non più, se si calcola che l’ultima volta siamo andati alle urne il 4 marzo 2018), la legislatura ancora in corso non è arrivata alla sua naturale conclusione dopo aver assistito al governo giallo-verde, poi a quello giallo-rosso e infine a quello cosiddetto di “larghe intese” con Draghi premier e tutti i partiti dentro, salvo Fratelli d’Italia e poco più. Non dimenticando che dai tempi di Enrico Letta (aprile 2013-febbraio 2014) e, prima ancora, di Silvio Berlusconi (maggio 2008-novembre 2011), non esiste un Presidente del Consiglio eletto, anche se sarebbe meglio dire che non esiste un presidente fra gli eletti. E comunque, è la Costituzione che assegna al Capo dello Stato la facoltà di nominare il Presidente del Consiglio, anche se sulla sua figura – politica o tecnica, eletta o non eletta, che sia – deve esservi la fiducia del Parlamento. Partendo dal presupposto che cosa più sbagliata non avrebbe potuto essere – ossia sfiduciare un Presidente del Consiglio che aveva restituito credibilità al Paese, dopo tanti anni di “signor Nessuno” e in un momento particolarmente difficile del dopo-Covid – in molti si chiedono cosa potrà cambiare dopo il voto. Oramai da anni, il livello della politica italiana è sceso veramente in basso: ci troviamo davanti a persone che speculano su tutto e soltanto per i loro tornaconti personali, fregandosene degli effetti delle loro decisioni, ovvero sono incuranti del fatto che queste possano apportare benefici oppure far sprofondare ancor più nel dramma. L’esempio eclatante è quello che riguarda l’operazione più importante di questi ultimi tempi: l’aver fatto cadere il governo sta creando problemi di non poco conto sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), lo strumento sul quale la nostra nazione – tramite gli specifici fondi stanziati – spera di uscire dalla crisi o quantomeno di rimettersi una costola, come si usa dire in gergo. Purtroppo – lo abbiamo già constatato più volte e questa è l’ennesima conferma – siamo un Paese che non riesce a darsi delle regole, come quella di impedire a un eletto nella lista di un partito di poter cambiare casacca e di posizionarsi con altre componenti politiche, che però gli hanno promesso qualcosa in più. Come se insomma i movimenti della politica somigliassero per certi versi a quelli del calciomercato, tanto più che anche nel mondo ovattato del pallone le “bandiere” di un tempo non esistono più. Al posto degli ideali, dei principi e dei valori che un tempo erano “sacri” per chi svolgeva attività di partito e che magari per qualcuno possono essere rimasti tali, con il passare degli anni hanno preso il sopravvento altre logiche che ritengo “devianti” dalle nobili finalità di fondo. Chi fa politica oggi – e ripeto, varrà non per tutti, ma sicuramente per diversi individui – persegue principalmente tre obiettivi: 1) il denaro. Basterà guardare agli stipendi da capogiro (più agevolazioni, privilegi e annessi e connessi), il che mi pare vergognoso per una questione di principio, figuriamoci se rapportato alle difficoltà attuali e ai forti timori per il futuro di una economia che rischia seriamente di ridurre alla canna del gas aziende anche affermate e di conseguenza le famiglie dei relativi dipendenti! E mi domando: se l’intento era quello di tagliare i costi della politica, a cosa serve eliminare 230 deputati e 115 senatori? A risparmiare intanto 345 stipendi da capogiro, direte. È vero, ma riflettiamo sulla questione: se avessimo dimezzato i compensi di tutti i 945 parlamentari (che sarebbero rimasti comunque sostanziosi) senza tagliarne il numero, non sarebbe forse stato meglio? Il risparmio sarebbe stato maggiore e sarebbe stata insieme garantita una rappresentanza più capillare. La riduzione degli effettivi nelle due Camere porta con sé aggregazioni territoriali più grandi, che vanno a vantaggio dei centri principali e a scapito delle realtà più piccole (come per esempio la Valtiberina), che già erano considerate “periferia” e che ora sembrano confinate al ruolo di “periferia della periferia”. Non solo: si potrebbe porre un problema di ricollocamento per i potenziali 345 esclusi, visto che il posto non c’è più per tutti. E allora, chi rimarrebbe fuori per una questione oggettiva (perchè oltretutto costretto a farsi da parte da logiche di schieramento) difficilmente esiterebbe nel non pretendere ora una contropartita, che all’atto pratico è il classico “contentino”. A quel punto, c’è da pescare fra la presidenza di partecipate o ente e nella creazione di altre strutture, che spesso hanno i connotati di veri e propri “carrozzoni”, ma che a livello di stipendi portano migliaia di euro ogni mese sul conto corrente. Come si può notare, quindi, alla fine c’è il rischio che il taglio dei parlamentari sia stato solo una mossa di facciata, senza alcun risultato sostanziale. 2) il potere. Prendere decisioni a seconda del ruolo che si ricopre, dimostrando che – all’occorrenza – una persona può fare il bello e il cattivo tempo e magari concedere “aiutini” a destra e sinistra. 3) la visibilità. È la forma di riscatto di determinate persone che, conquistando la poltrona nei palazzi xxx, hanno dato una svolta con la politica a una vita che sul piano professionale è stata probabilmente poco brillante, per non dire fallimentare. E allora, dobbiamo anche dare atto a questi individui di averci saputo fare (per loro), perché poi non è nemmeno facile affrontare le sfide della politica. La campagna elettorale, a pochi giorni dal voto, si sta rivelando povera di contenuti e fatta di riesumazione degli slogan già coniati nella precedente campagna elettorale, nonché di una costante ricerca di titoloni sui giornali e di sparate televisive, sperando che uscite ad effetto generino consensi e voti. Ma d’altronde come può cambiare il canovaccio di una campagna elettorale con le stesse facce di sempre? Sono veramente pochi i politici dotati di personalità, che sanno cosa vuol dire andare a governare una nazione con tante problematiche come è l’Italia. Ma si torna al discorso di prima: una volta che il sedere è al sicuro sulla poltrona, gli slogan vanno a farsi benedire. Oggi l’Italia è arrivata a un bivio: il rischio di deindustrializzazione è molto elevato anche per cause di vecchia data, vedi una burocrazia incontrollata e una tassazione da capogiro, alle quali ora si è aggiunto il “caro bollette”. Fare impresa in Italia è diventato impossibile. E allora ci domandiamo: siamo tutti favorevoli alle energie alternative e “green”, ma questo tipo di energia riuscirà a far fronte ai fabbisogni di energia del Paese? E poi: il dibattito sull’energia nucleare divide da sempre l’Italia. Noi abbiamo detto “no” tanti anni fa (ricordate la coccarda tonda in latta che molti portavano sulla giacca e nella quale c’era scritto “Energia nucleare? No grazie!”) e in due distinti momenti: nel 1980 vi era stata una prima iniziativa referendaria, nella quale si chiedeva la totale abrogazione della legge 2 agosto 1975, numero 393, sulla localizzazione delle centrali elettronucleari, resa necessaria dall’impennata del prezzo dei prodotti petroliferi, ma la Corte Costituzionale ritenne inammissibile il referendum. Gli antinuclearisti tornarono alla carica dopo il disastro alla centrale di Chernobyl dell’aprile 1986, portando tre quesiti referendari proposti dal Partito Radicale con l’intento di bloccare la prosecuzione dei programmi già approvati e stavolta la Corte dette l’ok alla consultazione che chiedeva di abrogare il potere sostitutivo dello Stato della localizzazione degli impianti nucleari, i contributi in favore di Comuni e Regioni nei cui territori venissero installate le centrali e la possibilità dell’Enel di assumere partecipazioni all’estero nel settore nucleare. Le nette vittorie del “sì” – nel novembre del 1987 - decretarono di fatto l’abbandono del nucleare in Italia e fra il 1988 e il 1990 andarono in chiusura le centrali operanti: quella di Latina, quella di Trino nel Vercellese (entrambe erano comunque giunte a fine vita) e quella di Caorso, in provincia di Piacenza. Un quarto impianto, ubicato a Sessa Aurunca (Caserta), era fermo da tempo per il gusto a uno dei generatori di vapore, mentre il quinto – cioè quello di Montalto di Castro, nel Viterbese – non è di fatto mai entrato in funzione poiché bloccato definitivamente dal referendum. E l’ultimo definitivo “no” è stato quello pronunciato nel referendum del giugno 2011. Il problema è che non lontano dai confini dell’Italia settentrionale (e per “non lontano” intendiamo un raggio di 200 chilometri) sono a oggi attivi 27 impianti nucleari, dislocati in Francia, Svizzera, Germania e Slovenia. Qualora vi fossero problematiche, cosa cambierebbe a livello di rischio, dal momento che i confini politici non sono di certo “muri divisori” in tal senso? Passiamo al gas: nell’alto Adriatico, a meno di 40 chilometri da Venezia, esiste la riserva naturale più consistente d’Italia, che Nomisma Energia stima intorno ai 40 miliardi di metri cubi. Ebbene, per ridurre la dipendenza dalla Russia, la Croazia ha cominciato a estrarre gas dal giacimento dell’Adriatico, mentre all’Italia le attività estrattive in questa area sono vietate, perché considerata zona a rischio di subsidenza, cioè di sprofondamento del fondo marino. Un rischio che corre solo l’Italia? Eppure, la falda è la stessa. Risultato: abbiamo la piattaforma dalla quale estrarre il gas, ma finiamo con l’acquistarlo dalla Croazia e ci costa tre volte tanto. Personalmente – e torno in conclusione alle elezioni politiche di settembre – mi dà anche fastidio il fatto che, non appena è stata ufficializzata la data (ah, dimenticavo: si voterà il 25, perché per coloro che non rimetteranno piede a Montecitorio o a Palazzo Madama vi sarà comunque la certezza della pensione, altro esempio di ingiustizia), è ricominciata la processione in Valtiberina con le solite promesse: E45, “Due mari”, ferrovia, Ente Acque ecc.. Se andiamo a rivisitare il passato, non cambia niente e gli stessi problemi sono rimasti irrisolti. Mi chiedo quindi come possa un cittadino, chiamato alle urne, credere a queste promesse, che in molti casi sono uscite dalle stesse bocche. Anche se andare a votare è un diritto che tutti dobbiamo esercitare, mettere la “crocetta giusta” non sarà facile.

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
19/09/2022 11:59:03

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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