Opinionisti Giorgio Ciofini

La Gina Lebole

Indossava quel cognome illustre, come una vestaglia per star comoda in casa sua

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Ha vestito mezza Arezzo ai tempi dell’uomo in Lebole e indossava quel cognome illustre, come una vestaglia per star comoda in casa sua.

La Gina Lebole

            Aveva ‘na mole che non aveva niente da ‘nvidiare a quella Antonelliana. Per abraccialla ci volevano i bracci del Chiavino che, quando faceva ‘l militare e si metteva su l’attenti, strusciava le falangi dei diti per terra. Ha vestito mezza ‘Rezzo ai tempi dell’omo in Lebole. Curava il look de quel’altri ma non il suo, apriva bocca giusto l’indispensabile e comunicava soprattutto col corpo, ch’aveva sagomato come l’Alpe di Poti, presa però da’la parte della lunga dove la salita è più dolce e, sul percorso, si può godere di panorami mozzafiato. Praticamente l’aretini, dalla Gina Lebole, ciandavano a fare le ferie ‘n montagna, ma anche al mare perché ciaveva due promontori, che l’Argentario e ‘l Gargano gli facevano ‘n baffo. La Franca, la figliola del Niente, era il su’ braccio destro al negozio di Corso Italia e ti trovava sempre la taglia e il vistito su misura che pareva d’essere dal Donati, ma però risparmiavi dimolto, perchè la su’ padrona era generosa come i chili ch’aveva adosso. Praticamente fin’a vent’anni, se non ce fosse stata lei, sarei andato al giro per ‘Rezzo come mamma m’aveva fatto. Per questo sarò sempre riconoscente alla Ginona, che qualcuno chiamava Ginettaccia e due o tre Gina. Non aveva nessun bisogno del cognome illustre che era una vestaglia per starci comoda ‘n casa sua, cioè allo spaccio Lebole proprio sopra i ponti del Castro, ‘ndo c’era l’antico ospedale. Un posto storico, dove alloggiò anche San Francesco, quando venne a cacciare i diavoli dalla città turrita e ‘ndo la Gina, con la Franca del Niente, curò il look dell’omo aretino per quarant’anni boni. Era una ch’andava a simpatia. Te n’accorgevi quando c’era da pagare ‘l conto: se li piacevi ti vestivi guasi gratis, sennò potevi pagare anche ‘l doppio del normale. Ancora ciò du‘ giacche di velluto che m’ha venduto a metà prezzo, quand’ero ragazzotto. Non mi stanno più, ma le tengo per ricordo, perché la Gina mi regala ancora n'altra ‘Rezzo e anche un’altra età, di quando s’era citti e, mentre ti provavi i vistiti, dovevi stare attento a una cosa sola: che non t’aciaccasse ‘n piede! Ora che un c’è più manco l’Upimme, se va a l’Oviesse, a la Coin, o da Zara, i piedi sono al sicuro, ma ‘l capo è andato in ballodole.

Giorgio Ciofini
© Riproduzione riservata
17/01/2020 09:40:05

Giorgio Ciofini

Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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