Dal “fiore all’occhiello” al pantano: il voltafaccia che non convince

AVS e Arezzo 2020: Il teatro lasciamolo ai professionisti
Quello del candidato sindaco di FARE, Marcello Comanducci, non è un ripensamento nobile. Siamo davanti al più classico dei voltafaccia elettorali: quello che sa di fango – e non solo metaforicamente, visto che parliamo del pantano di via Fabio Filzi.
Oggi, insieme al suo inseparabile braccio destro Gamurrini e alla vicesindaca Tanti, prova a sfilarsi la giacca delle responsabilità come fosse un indumento passato di moda. Ma quella giacca se l’è cucita addosso da solo quando, da assessore, ha approvato un progetto che già allora mostrava crepe evidenti: una caserma pensata per compiacere la curia locale, collocata in un’area fragile e discutibile sotto il profilo ambientale, e basata su un meccanismo economico a dir poco azzardato, oltre che fragile dal punto di vista logistico.
La realtà, però, è testarda e ha presentato il conto: impresa fallita, cantiere fermo e una montagna di risorse pubbliche che rischia di essere bruciata per rimediare a un errore politico prima ancora che tecnico.
Il punto è politico, non amministrativo. Quella caserma non era solo un edificio: era stata sbandierata come il “fiore all’occhiello” di una stagione di governo. Una bandiera piantata con orgoglio dalla destra locale, che oggi si tenta maldestramente di nascondere. E Comanducci dov’era? Non a guardare, ma protagonista diretto, almeno nella fase iniziale.
Ora, a ridosso delle elezioni, cambia versione e indica via Tagliamento come soluzione ideale: la stessa soluzione che, come Arezzo 2020/AVS e centrosinistra, avevamo proposto fin dall’inizio, quando venne lanciata l’improbabile ipotesi di via Fabio Filzi. Oggi dice il contrario, come se il problema fosse nato ieri, come un temporale estivo. Ma la politica non funziona così: non è un palco su cui si cambia copione quando arrivano i fischi.
La critica è semplice e netta: manca una visione, manca coerenza, manca rispetto per le risorse collettive. Siamo di fronte a una gestione del territorio piegata alle logiche dell’immagine e del consenso immediato, priva di una vera pianificazione sociale e ambientale.
E il voltafaccia finale è persino più grave dell’errore iniziale. Perché sbagliare è umano; negare, riscrivere e voltarsi dall’altra parte quando arriva il conto è cinismo politico.
Il candidato abbia il coraggio di dire la verità: non “ho cambiato idea”, ma “ho sbagliato, abbiamo sbagliato, e undici anni di governo hanno fallito”.
Il teatro lasciamolo ai professionisti.

Commenta per primo.