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Maxi Eolico Badia del Vento: quando l’ideologia ignora dati scientifici e territorio

La posizione del comitato TESS (Transizione Energetica Senza Speculazione)

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Di fronte alle affermazioni di Legambiente che descrivono il maxi eolico Badia del Vento come un “beneficio” ambientale, è necessario riportare il dibattito su un piano di realtà, fondato su dati scientifici e sul senso di responsabilità verso il territorio. Il Monte Loggio, dove sorgerebbe l’impianto, non è un’area marginale né sacrificabile in nome di slogan: si tratta di un crinale appenninico fragile, studiato e valutato da numerosi enti pubblici e scientifici — dal CNR a docenti universitari, dalle Regioni Emilia-Romagna e Marche all’Ente Parco del Sasso Simone e Simoncello — che hanno evidenziato impatti gravi e documentati su ecosistemi, fauna protetta e dissesto idrogeologico.

È profondamente contraddittorio, e francamente inaccettabile, invocare la lotta al cambiamento climatico per giustificare l’abbattimento di foreste e la trasformazione irreversibile di territori che oggi svolgono una funzione fondamentale di assorbimento della CO₂, regolazione idrica e tutela della biodiversità. Ancora più grave è ignorare il tema del dissesto idrogeologico, che in Appennino non è una variabile teorica ma una realtà drammatica e quotidiana. Alcuni degli aerogeneratori previsti per questo impianto sono prospicienti aree già classificate ad alto rischio di dissesto, in un contesto geomorfologico noto per la sua instabilità, come risulta dalla documentazione agli atti della Conferenza dei Servizi. Su questo punto non parlano attivisti o comitati, ma geologi di fama internazionale come il Prof. Gian Battista Vai, già docente di Geologia presso l’Università di Bologna, che ha più volte richiamato l’attenzione sui rischi connessi alla realizzazione di grandi impianti eolici sui crinali appenninici, dove scavi, carichi concentrati e alterazioni del drenaggio possono riattivare frane quiescenti e aggravare fenomeni erosivi.

Sorprende che proprio Legambiente scelga oggi di minimizzare questi aspetti, adottando una narrazione secondo cui qualsiasi opera marchiata come “rinnovabile” sarebbe automaticamente compatibile e sostenibile. Definire tutto questo “transizione ecologica” significa svuotare il concetto di ogni contenuto reale e relegarlo a pura ideologia.

E, a proposito di ideologia, la Germania, citata da Legambiente come modello virtuoso per l’eolico, racconta una realtà ben diversa. Dopo essersi coperta di pale eoliche, il sistema elettrico tedesco è oggi sempre più esposto al fenomeno della “Dunkelflaute”, ovvero quei periodi anche prolungati in cui vento e sole sono quasi assenti e la produzione da rinnovabili crolla, rendendo necessario il ricorso massiccio a fonti fossili o all’importazione di energia a costi elevatissimi. Il risultato è che la Germania registra oggi alcuni dei prezzi dell’elettricità più alti d’Europa, con famiglie e imprese schiacciate da bollette sempre più pesanti. Gli incentivi pubblici alle rinnovabili, spacciati come sostegno “verde”, anche in Italia, vengono scaricati direttamente sulle bollette, trasferendo i costi ai cittadini e alle imprese e generando un doppio fallimento: energia più cara ed enormi danni alle comunità e all’ambiente.

Redazione
© Riproduzione riservata
30/01/2026 10:19:18


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