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Le influenze della storia nel dialetto di Sansepolcro

A Enzo Mattesini il merito di una ricerca che porterà alla stesura del vocabolario borghese

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Affine a quello dell’Umbria settentrionale, ma di derivazione romagnola, ha poi acquisito elementi più toscani con il passaggio alla Repubblica Fiorentina. A Enzo Mattesini, che è stato docente di linguistica all’Università di Perugia, il merito di aver condotto una lunga e accurata ricerca che porterà alla stesura del vocabolario borghese. “Perché noi siamo borghesi”, ribadisce

Se Sansepolcro ha riscoperto le origini e l’evoluzione del suo lessico (peraltro non è semplice trovare una realtà di pari dimensioni che lo abbia fatto), il merito è di Enzo Mattesini, classe 1947, che nella vita professionale è stato un ricercatore universitario e poi professore ordinario di Linguistica italiana, insegnando “Storia della lingua italiana” e “Dialeottologia italiana” all’Università di Perugia dal 1983 al 2018. È direttore dell’Opera del Vocabolario dialettale umbro, che ha pubblicato in 16 volumi e con Ugo Vagnuzzi, dal 1987, ha diretto per 32 anni la rivista Contributi di filologia dell’Italia mediana. È socio corrispondente della Deputazione di storia patria per l’Umbria, il cui “Bollettino” ha ospitato alcuni suoi saggi e del Centro studi filologici e linguistici siciliani di Palermo per i suoi studi sul volgare quattrocentesco di Sicilia. Componente del Comitato scientifico della Fondazione Piero della Francesca, del “Bollettino dell’Atlante Lessicale degli Antichi Volgari Italiani” e di “Pagine Altotiberine”, di cui è stato fra i soci fondatori, è autore di oltre 180 libri sui volgari medievali dell’Umbria, del Lazio e della Toscana, sui dialetti moderni dell’Italia mediana e centrale e si è occupato di scritture femminile, di italiano popolare, di onomastica e di toponomastica. Relativamente a Sansepolcro e al duo dialetto, tante le pubblicazioni nel corso degli anni, con due obiettivi ambiziosi alle porte: il volume “Toponomastica borghese. Nomi e strade e nomi di luogo del Comune di Borgo Sansepolcro” e poi il top dei suoi studi e ricerche: il “Vocabolario del dialetto di Borgo Sansepolcro”. Come è nata in lui questa che è insieme passione e professione? “La fortuna di ogni allievo è quella di trovare un buon maestro. E io questa fortuna l’ho avuta: sono stato allievo di Francesco Ugolini, grande filologo romanzo, che mi ha trasmesso l’amore per la filologia, per la lingua italiana e per i dialetti. Fu proprio lui ad assegnarmi la tesi di laurea sul lessico del dialetto di Borgo Sansepolcro. Il mio futuro cominciò a essere segnato in quel momento: da allora sono iniziati la passione per la ricerca e gli studi sulla storia della lingua italiana”. Ha dichiarato il professor Mattesini. La storia della lingua italiana è anche quella delle varietà locali della penisola e proprio alla dialettologia il professor Mattesini ha dedicato numerosi studi, concentrandosi sui vernacoli di Umbria, Lazio e Italia centrale, in particolare su quelli di Umbria, Lazio e Toscana orientale. È affezionatissimo alla sua città di origine, nella quale vive da sempre e verso la quale sta completando il suo grande regalo: lo studio del dialetto moderno, ma anche del volgare antico, lo porterà al compendio del vocabolario, completando un percorso iniziato oltre 50 anni fa. Non dimenticando che è si è occupato anche del vernacolo di Città di Castello, il che rende più interessante i raffronti con quello di Sansepolcro.

Subito una premessa che può aiutare a dirimere una volta per tutte la questione: “Nei titoli dei miei testi scrivo sempre “Borgo Sansepolcro” – dice Mattesini – e noi abitanti siamo “borghesi”, termine che può essere travisato nel significato ma del quale non ci dobbiamo assolutamente vergognare. Borghesi perché semplicemente appartenenti al Borgo”. E una spiegazione la si trova in uno dei suoi tanti libri, “La Divina Commedia di Don Giuseppe Gennaioli e altri testi in vernacolo borghese”, con assieme un profilo del dialetto di Borgo Sansepolcro. “La tradizione risalente ai secoli XV-XVI, che ci cataloga come “biturgensi” a livello colto, è tanto consolidata quanto erronea – sottolinea il docente universitario – e prende spunto da una leggenda priva di fondamento, secondo la quale la città sarebbe stata edificata nello stesso sito dell’antica Biturgia romana, ma l’aggettivo più diffuso – documentato in volgare e in italiano a partire dal ‘300 - è quello appunto di “borghesi”, né è proprio il caso di parlare di “burgensi”, come qualcuno ha sostenuto. E dirò di più: due cognomi tuttora presenti in città, ovvero Besi e Polcri, derivano proprio da Sansepolcro. Ho scritto anche il volume “Tra i Besi e i Polcri” per evidenziare il concetto: Besi è la riduzione di borghesi e nel ‘300 c’erano tante persone che si chiamavano Borghese, mentre Polcri si origina da “polcro” di sepolcro. Borgo Sansepolcro è la dicitura che adopero dal punto di vista formale”. Interessante la storia legata all’origine del dialetto di Sansepolcro, trattandosi oltretutto di una realtà di confine che ha subito inevitabili influenze. “Intanto, il dialetto di Sansepolcro non era umbro – premette il professor Mattesini – ma affine a quello dell’Umbria settentrionale; a rendere diversi i due vernacoli sono pronuncia e cadenza. Il dialetto del Borgo proviene dalla Romagna, anche se non tramite la vicina Valle del Savio; le influenze romagnole provengono dall’area castellana, o tifernate che dir si voglia, attraverso un percorso geografico più lungo che scollina sui valichi di Bocca Trabaria e Bocca Serriola. Città di Castello confina con le Marche “romagnole” e i dialetti romagnoli arrivano fino a Senigallia, città che sotto questo profilo può essere considerata il “capolinea” fra centro-nord e centro-sud, con la Toscana che è un discorso a parte. La riduzione sillabica è tipica della Romagna e questo fattore ha inciso sul lessico di Città di Castello, vedi la famosa apertura della “a” in “e”, per cui il classico “cane” che diventa “chene” è l’esempio dei romagnoli entrati nell’area dell’Umbria settentrionale. Con una differenza: nella pronuncia di Sansepolcro esiste il termine secco “chene”, mentre a Città di Castello la versione turbata della vocale fa sì che lo stesso animale sia il “chèene” e che quindi sia più vicina alla Romagna”. Mattesini definisce il dialetto di Sansepolcro una “propaggine” dell’umbro perugino. Il borghese si parlava e si parla nel territorio comunale, che si estende alla media e alta collina con quale lieve differenza sul piano fonetico e dell’intonazione nelle frazioni di Aboca, Gragnano e della Montagna. Come succede a tutti i dialetti, anche quello di Sansepolcro è andato incontro a logiche e graduali evoluzioni, con perdite dei tratti più idiomatici che lo hanno trasformato in una varietà locale di italiano, condito da venature dialettali. Mettiamoci poi appartenenza a classi sociali, a livelli culturali e generazionali e poi i gradi di istruzione. “Andando a scuola – rimarca Mattesini – è normale che si tenda più a parlare e a scrivere in italiano, che è la lingua ufficiale e riconosciuta, per cui la tendenza ad abbandonare il dialetto è evidente, anche se le nostre inflessioni nel modo di parlare, per quanto si tenti di assomigliare il più possibile all’italiano, rimangono evidenti. Ecco perché un milanese o un torinese che ci sente parlare dice subito: “Lei è toscano”; esistono comunque elementi che riconducono alla provenienza geografica”. Tornando a parlare dell’origine del dialetto, nel 1441 Sansepolcro viene “venduta” alla Repubblica Fiorentina ma come diocesi rimane sotto Città di Castello fino al 1520, anno nel quale si stacca acquisendo una propria diocesi e, con essa, l’elevazione a città; l’influenza lessicale di Città di Castello è arrivata verso nord e fino soltanto al Borgo, perché a Madonnuccia e a Pieve Santo Stefano lo stesso fenomeno non esiste. Con il passaggio da uno Stato all’altro, ha cominciato a farsi sentire anche l’influenza toscana, ma allo stesso tempo sono state trattenute anche quelle caratteristiche che rimangono fondamentalmente romagnole; si parla di variante dell’aretino, che tuttavia nella comune coscienza del parlante borghese ha connotati sgradevoli sul piano della calata e che non ha niente a che vedere con Siena e Grosseto, né con la spirantizzazione fiorentina, quella della famosa “c”. Numerosi sono i tratti fenomenici di provenienza settentrionale del borghese, vedi la palatalizzazione della “a” tonica in sillaba aperta, la diversa distribuzione delle “e” e “o” toniche di timbro chiuso e aperto e delle “i” e “u” accentate in funzione della struttura sillabica, la labilità delle vocali atone, lo scempiamento consonantico connesso con la lunghezza vocalica e in rapporto all’accento e la lenizione delle occlusive intervocaliche. Francesco Corazzini, altro studioso di Bulciano di Pieve Santo Stefano, aveva scritto un volume nel quale aveva suddiviso i dialetti della valle Tiberina superiore in due distinte famiglie: i dialetti della parte superiore da Montedoglio fino alla sorgente del Tevere e quelli della parte inferiore, specificando come la parte superiore avesse un dialetto di buona pronuncia, senza “c” aspirata; la parte inferiore aveva un dialetto nella sostanza identico, ma “sciupato” da una pronunzia infelice e con alterazione fonetica quale lo scambio della “o” con la “u”, della “i” con la “e” e della “a” con la “è”, quindi il citto diventa “cetto”, il pane è ora il “péne” e il brutto è adesso “brotto”. Alcune caratteristiche del vocalismo tonico, ovvero la pronuncia “infelice” come l’aveva definita il Corazzini, sono caratteri distintivi del borghese e dell’anghiarese – che si avvicinano più all’umbro-aretino – rispetto alle inflessioni di Caprese Michelangelo e Pieve Santo Stefano, che sono più “toscane” perché maggiormente influenzate dal dialetto casentinese. Alle particolarità fonetiche (e anche morfosintattiche) si aggiungono le percettibili diversità nella “calata” che tipicizzano i vari vernacoli della Valtiberina Toscana e che li diversificano – oltre che da quelli della parte umbra – anche dalle intonazioni del capoluogo di provincia e del suo circondario. “Il parlato è diverso dallo scritto – dice Mattesini – e si evolve assai più velocemente. Nella ricerca degli studiosi di questo genere, quindi anche nella mia, c’è oltretutto un vuoto che va dal 600 al 1200 e che può aver determinato molte situazioni, anche perché le persone vivevano nei luoghi più sparsi e avevano nelle chiese principali e nelle pievi il luogo di aggregazione sociale. Per comunicare fra loro, hanno adoperato un linguaggio con termini che fossero poi adottati e riadottati, quindi le evoluzioni del lessico sono state diverse”. Ma per esaudire i desideri dei curiosi prendiamo altri esempi riferiti a Sansepolcro, a cominciare dal classico scivolamento della “c” e della “g” quando accanto ci sono la “e” e la “i”: perché Città di Castello, nella stessa condizione, le pronuncia che sembrano quasi una “z”? Perché insomma quando si pronuncia la parola “cipolla”, al Borgo diventa quasi la “scipolla” e Città di Castello è di fatto la “zipolla”? “La nostra scivolata è di derivazione toscana – evidenzia il professor Mattesini – per cui la “c” e la “g” sono palatali, mentre a Città di Castello c’è l’intacco dentale di chiara derivazione romagnola. Un’altra differenziazione riguarda la pronuncia della consonante “s”: quella di Città di Castello è detta “salata” e rimane sempre simile alla “s” romagnola; noi abbiamo più tipi di “s” nella dizione: quella sorda, come quando diciamo “cosa” o “casa”; quella sonora, vedi la parola “viso”, nella cui pronuncia assomigliamo ai lessici del nord Italia e poi abbiamo anche quella versione di “s” che la parifica alla “z”: la lettera “s” dopo la “l”, la “n” e la “r” è pronunciata alla stessa stregua di una “z”, per cui il polso è chiamato “polzo”, la mensa diventa la “menza” e la risorsa è di conseguenza “risorza”. Spesso, gli errori grammaticali che si commettono sono proprio su questo versante: se non c’è un insegnante che insiste, è chiaro che il bambino tenderà a scrivere ciò che ha udito con l’orecchio”. Non è stato semplice per Enzo Mattesini il lavoro di ricostruzione del dialetto borghese, anche perché complessa di per sé stessa è la materia sotto diversi aspetti. È risalito fino al borghese medievale, ha studiato i trattati di Piero della Francesca e Luca Pacioli, ma anche gli statuti delle corporazioni di mestiere come i calzolai, i detti, i modi dire e i proverbi e anche “Il Catorcio di Anghiari” scritto da Federigo Nomi, nel quale sono contenuti più modi di dire in forma dialettale; un caso specifico è il lamento in borghese di un padre che perde il figlio in battaglia, ma anche una parola spesso di uso comune – ossia stronzo – che oggi assume un significato ben preciso ma che nel “Catorcio” è inteso come passaggio stretto. Dal ‘700 è poi arrivato all’800, cercando di ricostruire tutto lo storico di un percorso dialettale contraddistinto da mutazioni, al punto che dal dialetto all’italiano di oggi c’è stata una evoluzione in forma di italiano locale più o meno vicino al dialetto oppure alla versione corretta. Il lavoro relativo alla “Toponomastica borghese”, che dovrebbe uscire entro la fine dell’anno (e ricordiamo che Enzo Mattesini fa parte della commissione toponomastica comunale per far sì che i nomi tradizionali vengano salvaguardati), è stato in grado di scovare le circa 2mila antiche denominazioni di luoghi del territorio di Sansepolcro nel contesto di uno stradario che contiene “appena” 300 voci; la penultima tappa prima del già ricordato “Vocabolario del Borgo”, la grande impresa ancora in divenire, con un totale di 25mila parole. “La vera fatica – ha tenuto a specificare il docente universitario ora in pensione – è quella redazionale, nel senso che ogni termine deve essere circostanziato, quindi collocato secondo una logica ben precisa nell’uso che di esso viene fatto. Ma oggi il dialetto non si parla quasi più, soppiantato da quell’italiano che comunque ci identifica come valtiberini nelle inflessioni”. Non è persino di moda – aggiungiamo noi -perché magari ritenuto una forma rozza di espressione, quasi come se chi lo parlasse fosse un mezzo ignorante. Ricordo anche le sgridate dei genitori se provavi per esempio a dire: “Ho mangeto du’ mele”. Ebbene, la risposta era: “Parla per bene, altrimenti a scuola che ci vai a fare?”. Insomma, la scuola era nella concezione di allora l’antitesi del dialetto; anzi, l’istituzione che avrebbe dovuto servire proprio per eliminare lo “stonato” dialetto. E allora, oggi al Borgo si parla tendenzialmente l’italiano con le “c” e le “g” che scivolano e con la “z” che nella dizione sostituisce la “s” nei casi sopra citati. Per trovare (forse) qualcuno che ancora lo parla, bisognerebbe semmai andare in campagna e sperare di trovare una persona in età superiore agli 80 anni. Sansepolcro ha quindi perso il suo dialetto, salvo rarissime eccezioni, magari prendendo spunto da qualche detto in vernacolo o da quale termine specificamente nostro che viene riesumato in circostanze particolari? “Il dialetto non è morto – sentenzia il professor Mattesini – ma si è trasformato perché la lingua di maggior prestigio, l’italiano, ne riduce lo spazio di uso. In dialetto non si scrive un tema, né un’ordinanza del Comune, né un articolo di giornale e anche per ciò che riguarda il lessico se ne parla – se tutto va bene – fra le mura domestiche. Con il prevalere della lingua di prestigio, con la scolarizzazione e con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, il dialetto si modifica e si edulcora senza però farci perdere la nostra identità, perché tre persone di diverse zone del nostro Paese possono dire la stessa frase e in un italiano corretto, ma non nascondere la provenienza, quindi a parità di frase riconosceremo il milanese, il romano e anche il borghese”. Se dunque il passato non deve essere rinnegato; se il passato è il punto di partenza del futuro, anche il lessico di oggi è un qualcosa che abbiamo ereditato dal passato, poi possiamo aver cambiato molto e quindi aver abbandonato gran parte di quel dialetto che si parlava a Borgo Sansepolcro. Ma esso necessitava comunque di essere recuperato: pur parlando oggi un italiano abbastanza corretto, il riferimento al dialetto si rivela in molti casi inevitabile per spiegare determinate denominazioni, circostanze e modi di dire che tornano nel gergo comune. Sotto questo profilo, la ricerca di Enzo Mattesini è un patrimonio inestimabile; un pezzo di storia che va ben oltre la cronologia degli eventi. E la storia si fa anche con le parole e con le frasi tipiche coniate da ogni comunità.      

Notizia tratta dal periodico l'Eco del Tevere
© Riproduzione riservata
28/10/2023 12:18:42


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