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Sos proliferazione dei piccioni: un attacco al patrimonio artistico e alla salute

Stanno invadendo centri storici e periferie: il loro guano generatore di malattie e di disagi

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Un tempo – parliamo di qualche decennio fa – erano stati considerati anch’essi “monumento”, quasi come se con la loro presenza fossero stati una sorta di “corredo” dei centri storici e dei loro suggestivi monumenti. Oggi sono divenuti – come qualcuno ha scritto – una “piaga con le ali”. Parliamo dei piccioni, che adesso hanno deciso di svolazzare, nidificare e creare seri problemi anche al di fuori delle mura cittadine. E spesso penetrano anche all’interno: non è più una sorpresa trovarli dentro chiese o stazioni ferroviarie. La loro proliferazione è divenuta una insidia per più motivi (non certo per antipatia verso questi uccelli) e le vecchie foto e immagini con gli anziani che gettano le molliche di pane, con chi acquista il becchime per farsi immortalare nel luogo di vacanza e con i bambini che li rincorrono sono oramai un vecchio ricordo. Questi volatili si sono trasformati in un vero e proprio problema; riscontri alla mano, sono andati a nidificare anche sui tetti dei capannoni delle zone industriali (e parlo di Sansepolcro), con i relativi escrementi che hanno intasato i tubi pluviali – o grondaie – provocando allagamenti quando si sono scatenati temporali più forti. Tornando ai centri storici, non è più accettabile vedere strade “tappezzate” da deiezioni così come le auto in sosta; i risvolti che si generano sono di tre ordini: igienico, estetico e anche economico, perché una passata con le spazzatrici o idropulitrici per la ripulitura ha costi che comunque ricadono sulla collettività. Se poi capita che si insediano in edifici abbandonati o comunque non abitati, ecco che di fatto vi mettono su casa; oltretutto, sono volatili che si riproducono con una certa celerità, quindi l’allarme è giustificato. Basterà ricordare le invasioni, più volte riprese anche nei vecchi film, in celebri piazze di Roma, Milano, Venezia e Siena. Non solo: gli stessi dissuasori appuntiti installati sulle finestre sembrano aver perso di efficacia, perché oramai i piccioni hanno imparato a stare anche su di essi. E allora, quali provvedimenti adottare nei confronti di animali che stanno cominciando a diventare fastidiosi e preoccupanti? I colombi urbani (termine con il quale i piccioni vengono definiti) sono infatti responsabili di inquinamento biologico e con le loro deiezioni arrecano danni alle strutture architettoniche della città e, allo stesso tempo, sono i sottotetti, i solai, i cornicioni e le facciate dei vecchi palazzi a favorire la loro moltiplicazione numerica; d’altronde, i contesti urbani presentano diversi vantaggi: clima più adatto, minor competizione per la nidificazione, maggiore facilità nel reperimento del cibo e assenza di predatori. I piccioni, inoltre, si muovono in stormi che arrivano a superare le 500 unità e quindi abbiamo già detto molto. Non è un caso, perciò, che in molte città siano state emesse ordinanze nelle quali si vieta a chiunque di dare cibo ai piccioni. L’abitudine peggiore – come già ricordato – è quella legata agli escrementi: anche i piccioni hanno un loro “guano”, che va a intasare le grondaie. Non solo: gli escrementi hanno una componente acida tale da erodere le pietre dei palazzi e dei monumenti, fino ad alterare la struttura e a creare cattive condizioni igieniche. La natura corrosiva degli escrementi rovina anche le carrozzerie dei veicoli. Assieme al guano vi sono poi detriti e parassiti, che dai piccioni possono trasferire pericoli all’uomo dal punto di vista sanitario. Se pertanto da un lato non sono animali aggressivi, dall’altro lo diventano per i rischi che generano. Si parla infatti di una sessantina di malattie delle quali i piccioni sarebbero portatori, tutte contagiose sia per l’uomo che per gli animali domestici, poiché negli escrementi sono stati trovati agenti patogeni, che possono dare origine a candidosi, encefalite, salmonellosi, ornitosi e tubercolosi. Malattie sulle quali non è il caso di scherzare. Le feci possono contenere microrganismi che, una volta diffusi nell’ambiente, rischiano di contaminare gli alimenti o le superfici con le quali le persone vengono in contatto. Nel guano possono poi svilupparsi funghi che si propagano nell’aria e, se le persone li inalano, rischiano di beccarsi delle allergie. Non solo: le colonie di volatili si portano appresso gli ectoparassiti – ovvero pulci, cimici, zecche e acari – che infestano gli edifici in cui sono insediati i nidi, in particolare i sottotetti. Le contromisure da prendere debbono allora consistere nella limitazione delle risorse alimentari dei colombi e nell’impegno dei proprietari degli edifici a far sì che i piccioni nidifichino il meno possibile. La prudenza è poi d’obbligo nella rimozione del guano, perché altrimenti si liberano spore e batteri, quindi sono consigliate disinfezione e disinfestazione, poi la chiusura dei punti in cui vengono depositate le uova, magari stando attenti a non murare vivi gli animali in cova. Vi sono infine i deterrenti classici: i dissuasori a ultrasuoni, acustici e visivi e le barriere meccaniche. Quando i piccioni scelgono una casa per nidificare, per il proprietario di essa si pone il problema di una “convivenza” difficile (proprio a causa di sporcizia e contagi) che non è facile eliminare. Esistono tuttavia dei metodi efficaci e anche indolori con il “fai da te”, da applicare possibilmente in caso di invasione e infestazione contenuta, altrimenti è meglio rivolgersi a un professionista. Ma in questo caso il rimedio non è il nocciolo della questione: vi possono essere più soluzioni e anche indolori, meglio così. Ed è chiaro che quando i piccioni proliferano occorra cercare di contenerli. Nessuno vuole la morte di questi animali; bisogna soltanto impedire che creino problemi di salute e che deturpino il patrimonio artistico e storico-immobiliare con i loro escrementi. Quali le caratteristiche dei piccioni che possono spiegare il fenomeno? Il piccione maturo arriva in genere fino a un peso di circa 400 grammi e con un piumaggio che deriva dalla zona urbana di insediamento e dalla covata; questo animale ha una vita media di 2,4 anni e al massimo arriva a 3, ma nel 40% dei casi muore giovane. Interessante capire la sua velocità di riproduzione, perché può arrivare persino a 9 covate nel corso dell’anno e in ogni covata vi sono almeno due uova. I luoghi che scelgono sono orifizi e cavità senza grandi protezioni: le uova si schiudono dopo 17 giorni. Un piccione è considerato sessualmente “maturo” dopo sei mesi. Come ricordato, il cibo costituisce uno dei motivi per i quali i piccioni scelgono le città, con un fabbisogno nutritivo giornaliero che si limita ai 30 grammi e assieme ai 70-90 grammi di acqua. Il piccione è un animale “vegetariano”, in quanto mangia prevalentemente cereali, legumi, germogli e granaglie. Se poi trova anche pane e pasta, tanto meglio; è chiaro che la probabilità di reperimento sia maggiore nei centri abitati, perché – se anche non vi sia chi gli somministra direttamente cibo – riesce a raccogliere pur sempre qualcosa fra i rifiuti, nei cassonetti, nei balconi non spazzati e nei giardini. Ecco perché i Comuni emanano le ordinanze in cui si vieta espressamente di dar loro da mangiare e questo va bene, ma poi quali azioni mettono in campo per contrastare questo problema? Poco o nulla, forse per paura di scatenare le polemiche di animalisti e ambientalisti. Ma alle problematiche dei cittadini che vivono nelle città o agli imprenditori, che nei loro immobili creano economia, non pensa nessuno?  Questi animali, con i loro escrementi, a lungo andare, possono accumulare nei solai uno strato di persino 10 centimetri, creando importanti problemi igienici e anche strutturali nei vecchi edifici dei centri storici, con il rischio che cadano per non sopportare più il carico. Che fare, allora? Se il piccione non sarà più monumento – anche perché molto spesso danneggia proprio statue e monumenti – rimane pur sempre un animale catalogato come “domestico” e quindi non soggetto a essere perseguito. Il piccione non si può quindi né catturare, né sterminare: l’unico sistema con il quale combatterlo è la dissuasione, ovvero la creazione di condizioni tali da poterlo allontanare da determinate zone. Vi sono allora dissuasori elettrici, meccanici, a filo e a rete, oppure falsi gufi meccanici, altoparlanti con il fischio dei rapaci e presenza di falchi pellegrini; metodi persino originali, ma leciti. Gli unici leciti per tenere a distanza i piccioni, la cui invasione è diventata un serio problema nelle città grandi e piccole. Prendo l’esempio della mia città, Sansepolcro, dove il problema negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale. Si annidano ovunque, specie in cima a quegli edifici disabitati o in stato di abbandono da più tempo e poi, siccome nel centro storico bar e i ristoranti non mancano, sanno benissimo che da questi locali proviene il cibo anche per loro: anzi, piombano spesso come falchi non appena cadono in terra le molliche di un panino o la piccola crosta di una brioche, per la rabbia di coloro che vorrebbero stare tranquilli a sorseggiare un caffè. Oramai hanno codificato luoghi e abitudini, per cui difficilmente da quella zona si muoveranno se non si interverrà con un’azione deterrente. E adesso – riprendendo quanto sottolineato in apertura - le preferenze dei piccioni si sono orientate anche verso la periferia: le covate, insomma, ci sono anche sui capannoni delle zone industriali, immobili ben diversi dai palazzi storici e gentilizi, ma per loro va bene lo stesso; si “infilano nei sottotetti e con i loro escrementi e implicazioni varie hanno generato più di un problema con i recenti temporali, a causa sempre del guano. È il caso allora di mettere in piedi una “task force” anti-piccioni? Dal momento che i metodi poco “ortodossi” sono vietati – anche se risulta che qualcuno vi faccia ugualmente ricorso – bisogna organizzarsi in maniera adeguata, a cominciare da quei comportamenti, o micro-azioni, che sono fattibili: mi riferisco a chi invita i piccioni a mangiare dandogli direttamente il cibo e a chi ha lasciato varchi aperti dall’esterno verso le soffitte. Per ciò che riguarda il compito di enti e istituzioni, proprio la Regione Toscana – che sicuramente ha interesse massimo nel difendere il suo eccezionale patrimonio – ha approvato un piano di controllo delle popolazioni di “colombo di città”, ma se si vuole veramente ridimensionare il fenomeno gli interventi da effettuare debbono essere più incisivi dei dissuasori e degli uccelli finti. L’importante è che si operi al più presto: i rischi ai quali si va incontro – come abbiamo visto - sono diversi e sotto ogni profilo. E allora anche i Comuni sono chiamati a fare la loro parte: basta con il nascondersi sempre dietro a un dito con la solita frase - “non possiamo farci nulla” – e investiamo per coloro che pagano le tasse (e ne paghiamo tante… troppe) e che chiedono solo di avere una qualità della vita migliore.     

Redazione
© Riproduzione riservata
21/10/2022 16:59:58

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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