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Famiglia e amicizia: due grandi valori, un’unica fortuna

Una forma di “prevenzione” nei confronti di un mondo che si dimentica regole e principi

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Quante volte nella vita ci chiediamo se sia più importante la famiglia oppure gli amici. A mio parere, sono due cose equivalenti: la famiglia è il cardine della vita ma gli amici, quelli con la “A” maiuscola, ci aiutano a costruire la nostra identità, che passa per la condivisione e lo scambio. E comunque, poter contare su entrambi è davvero una gran cosa. La famiglia riveste un ruolo molto importante in ognuno di noi: ci consiglia, ci aiuta nei momenti difficili, ci dice quando sbagliamo e ci accompagna nelle decisioni importanti che la vita ci riserva. Il bene e il male, nel mio caso, mi sono stati insegnati dai miei genitori, valori che mi hanno permesso di avere una “spina dorsale” e che sono stati fondamentali nel raggiungimento degli obiettivi che mi ero preposto nella vita. Certi principi mi hanno permesso di moderare il mio comportamento per vivere in armonia con gli altri e sono quelli che ho cercato di trasmettere oggi ai miei figli; parole come tolleranza, amore, obbedienza, rispetto e onestà non possono mancare nel “menù” di una famiglia. La famiglia è parte integrante della nostra identità e ci caratterizza per tutta la vita, anche se questa si è evoluta nel tempo in modo significativo: molti secoli fa c’era più attenzione ai bisogni primari, alle regole e ai ruoli, mentre negli ultimi decenni la famiglia è diventata un luogo in cui ogni componente può esprimere e appagare potenzialmente tutti i tipi di bisogni. Il cambiamento che c’è stato può essere visto come il passaggio da una visione “istituzionale” della famiglia a una visione “centrata sul soggetto”. Ma il ruolo della famiglia è sempre lo stesso per tutti, oppure ha perso con il tempo il peso sacrale che aveva fino a qualche decennio fa? Ce ne accorgiamo quando arrivano notizie relative a fatti che coinvolgono bande di minorenni per atti di vandalismo o di bullismo, come spesso accade anche dalle nostre parti. La cronaca riporta spesso casi che si verificano un po’ in tutti i centri, grandi o piccoli che siano: a volte, i ragazzi vivono in situazioni particolari; altre volte, invece, provengono da famiglie “bene”, per cui le difficoltà create da determinate situazioni vanno spesso a braccetto con atteggiamenti più spocchiosi. A ogni modo, il comportamento dei giovani (specie nei minorenni, ma di riflesso anche in quelli adulti) è lo specchio della famiglia di provenienza e del grado di educazione ricevuto, tanto per tornare a regole impartite e a trasmissione dei valori. Un tempo, la regola era sicuramente più ferrea: bella o brutta, giusta o sbagliata, eccessiva o non eccessiva che fosse, veniva pur sempre applicata, né ci si poteva permettere di contestarla. Un po’ come avveniva al servizio militare: gli ordini dapprima si eseguono, poi semmai si discutono. Oggi avviene di tutto: se un insegnante convoca a scuola un genitore per questioni legate al figlio, rischia persino di venire aggredito, oppure se il figlio è stato respinto imbastisce una lunga serie di ricorsi fino a quando – per sfinimento - non gli viene restituita la promozione. Stesso discorso se il figlio viene beccato in evidente stato di alterazione da alcool o con la droga: anche verso le forze dell’ordine la reazione è a volte piuttosto vivace. Torniamo allora alle vecchie generazioni: se fosse capitato che il maestro elementare o il professore delle medie avesse chiamato a scuola un genitore, il figlio avrebbe dovuto “tremare”, perché per principio l’insegnante aveva sempre ragione e quindi se aveva richiesto il colloquio con il genitore vuol dire che il figlio su qualcosa aveva assolutamente sgarrato. Pertanto, il figlio avrebbe potuto ritenersi già fortunato se l’avesse scampata con qualche privazione, evitando ceffoni o altro. Stesso discorso anche nello sport, dove i genitori a volte sono tutt’altro che di esempio, vedi quello che succede in tribuna. Ma non basta: convinti di avere il campioncino in casa, se ne escono con la frase spesso tipica con destinatario l’allenatore. Della serie: se non lo fa giocare nemmeno la prossima volta, non ce lo mando più. Caro genitore, è così che forma il carattere del figlio per la vita, non soltanto per lo sport? Già, ma forse qualche genitore – invece magari di dire al figlio di impegnarsi e di stringere di più i denti, come a volte la vita suggerisce – è convinto che il mister abbia delle preferenze e che quindi non lo faccia giocare per motivi extra-tecnici. Un tempo, se solo volevi pensare di fare carriera con il calcio ti davano del vagabondo (questa l’immagine che per i più aveva il calciatore) e probabilmente qualche giovane si è visto precludere la possibilità concreta di sfondare nello sport proprio per l’ostruzionismo della famiglia alla quale alla fine aveva obbedito, magari con il dispiacere addosso. Adesso, il genitore è diventato una sorta di mezzo procuratore del figlio, perché sfondare nel calcio significa avere soldi, visibilità e tanto altro. E forse, è lo stesso genitore che subì la privazione da ragazzo e scaricare ora sul figlio quelle stesse aspettative. Troppo severi prima o troppo permissivi adesso, i genitori? La verità – come sempre – è da cercare nel mezzo, però la regola deve esistere, perché è garanzia di educazione e anche di libertà. Ecco perché faccio appello alle famiglie e ai genitori: solo loro possono impedire, con un atteggiamento più presente e puntuale, che i figli imbocchino strade sbagliate. Dal momento che oggi i tempi sono cambiati rispetto ad allora, il compito dovrebbe risultare persino più semplice: in passato, infatti, accadeva che un genitore oberato di lavoro (spesso vi trascorreva l’intera giornata perché erano periodi di sacrificio per creare il benessere futuro) fosse più burbero nell’atteggiamento o poco propenso a dialogare. Oggi no: con una situazione di fondo migliore rispetto a prima, i genitori coinvolgono di più i figli nelle decisioni, quindi l’imposizione lascia il posto a un maggiore spirito di condivisione, parola molto di moda oggi. Ma tutto questo non deve sconfinare nel permissivismo o nella mancanza di vigilanza, a meno che il concetto di educazione da impartire (e ci può stare) non sia cambiato in un mondo sempre più portato all’individualismo, ad atteggiamenti guardinghi (perché pensi sempre che ci sia qualcuno pronto a fregarti) e con la solidarietà che per taluni è un veicolo di visibilità. Ma un altro aspetto, che ritengo assai significativo, voglio ora mettere in risalto: vi sono tante persone anziane (anche attempate, sopra gli 80 anni), che magari quando parlano con noi possono risultare a volte “untuose” nel farci apprezzamenti o nel gradire la nostra presenza; persone che giudichiamo magari un po’ noiose. In qualche caso, si tratta di uomini e donne che da ragazzini si sono limitati con gli studi allo stretto essenziale, o che non hanno avuto la possibilità di farlo, o che hanno fatto la scelta ben precisa di un tempo: non essendo portati per lo studio, si sono messi a lavorare giovanissimi. Nonostante non siano persone di cultura, hanno una concezione molto nobile di ciò che voglia dire educazione e la applicano con umiltà nei rapporti di tutti i giorni. Si dirà che sono persone di altri tempi, ma credo che rimangano ancora di esempio nella loro ammirevole semplicità. Come si collega l’amicizia con la famiglia? Intanto, l’errore che si commette è quello di confondere la parola “amici” con “conoscenti”; è bene allora ripartire dal proverbio classico: “Chi trova un amico trova un tesoro”. Un detto che ci fa capire quanto sia difficile trovare persone che possano essere definiti amici veri, per contare i quali - con molta probabilità - bastano le dita delle mani. L’amicizia è quel “virus” che ci colpisce e che fa stare le persone vicine persino a tanti chilometri di distanza, anche se questo è personale, dato che è fondamentale capire ciò che ci aspettiamo da questo vincolo. Certamente, man mano che diventiamo “grandi” diventiamo più selettivi, cerchiamo più qualità che quantità e abbiamo più lucidità nel definire i tratti della parola amicizia. Non a caso, si dice che il parente te lo ritrovi, ma l’amico te lo cerchi. Questo forse perché, nella vita, qualche fregatura da persone, per le quali eravamo disposti a fare di tutto, ce la siamo presa un po' tutti. Ci siamo sentiti “sfruttati”, ma anche questo serve per selezionare le persone e capire di chi possiamo fidarci, di coloro che ci sono sempre stati, nei momenti felici e nei momenti brutti. Amici di cui possiamo fidarci e raccontarci senza filtri: un rapporto sancito dalla stima e dalla correttezza, persone che ci diranno sempre la verità, anche se questa a volte può far male; amici che festeggiano i nostri successi e si rallegrano per la nostra felicità, da non confondere con coloro che si mostrano amici, ti augurano successi e poi dietro fanno gli scongiuri perché ovviamente non possono mostrarsi invidiosi. In effetti, non c’è spazio per l’invidia e per l’egoismo: un buon amico rimane a nostro fianco in modo disinteressato. Non bisogna mai dimenticare che, se avete la fortuna di godere di un’amicizia così, siete una persona davvero fortunata. Ma non è tutto: se avete la fortuna di contare su una vera amicizia, oltre a un bene prezioso, avrete una ragione in più per brillare. L’amico – sempre quello vero – non ti sfrutta; anzi, ti viene incontro nelle difficoltà (anche in questo caso il proverbio “docet”) e finisce con il completare la famiglia. Per meglio dire, l’amico si trasforma all’evenienza in un familiare aggiunto sul quale puoi contare – come si dice – nel bene e nel male e a volte è capitato che qualcuno abbia candidamente ammesso di aver potuto contare più sull’amico che sul parente. Famiglia e amicizia: due valori che possono sembrare distinti e… distanti, ma che invece alla fine sono più vicini di quanto si possa immaginare. Poter contare sulla famiglia è fondamentale; poter contare su un amico è piacevole; poter contare su entrambi è un grande regalo che ci riserva la vita.    

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
06/05/2022 11:14:28

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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