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La forza della tradizione da… rinvigorire

Più il mondo cammina in avanti e più la tecnologia domina

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La realtà giornaliera che stiamo vivendo è caratterizzata dal logorio della vita moderna (come affermava Ernesto Calindri nello storico montaggio televisivo della pubblicità del Cynar, in cui compariva tranquillo e seduto mentre sorseggiava il liquore in mezzo al traffico cittadino che gli scorreva attorno) e il progresso tecnologico sta cancellando la preservazione e la valorizzazione della nostra identità culturale, delle tradizioni, delle tipicità e dei valori che hanno accomunato la vita di coloro che ci hanno lasciato. La perdita della memoria e dei dialetti, la mancata attenzione verso le tradizioni locali o dei lavori e prodotti tipici, rischiano di far perdere un tesoro culturale immenso. Non voglio alimentare anacronistiche nostalgie di un passato ormai trascorso, ma in un mondo che sta attraversando un periodo di recessione e nel quale la gente probabilmente mai come prima si interroga sull’importanza di certi valori moderni, mi sembra importante mantenere il ricordo delle nostre tradizioni e valori, anche per uno sviluppo più equilibrato della società.

Viviamo in un’epoca nella quale il virtuale soppianta su molti aspetti il reale. Non si leggono quasi più giornali cartacei perché i portali internet arrivano prima; non c’è più la corrispondenza a livello di lettere e cartoline, perché esistono email, post, selfie e foto spedite su WhatsApp e non esistono più nemmeno abitudini radicate, come per esempio a Sansepolcro era quella dello “struscio” e delle “vasche”, ovvero del passeggio tardo pomeridiano per il corso: pochi intimi e basta. Per cercarsi e trovarsi esistono oggi altri sistemi più immediati, a cominciare dal telefonino. Sono sparite, quindi – o quantomeno cambiate – determinate circostanze sotto il peso della modernità, che spesso ti impone di fare diversamente. E la tradizione che fine rischia allora di fare, dal momento che la modernità sembra strattonarla come quando si prende uno per la maglia? Non vorremmo che si ripetesse ciò che è accaduto decenni addietro per il patrimonio storico-artistico di alcune nostre città: pezzi di antiche mura abbattuti per realizzarvi brutture, porte di ingresso eliminate e altri danni dei quali oggi, avendo una mentalità senza dubbio migliore, ci stiamo amaramente pentendo. La storia e l’identità di un qualsiasi luogo è fatta anche e soprattutto dalle tradizioni, dalle tipicità e dagli usi e costumi che lo connotano. Il prodotto cosiddetto “tipico” è chiamato tale perché in esso si rispecchiano le prerogative del territorio da cui proviene. È insomma espressione della cultura che lo accompagna: ecco il suo grande punto di forza. Non solo: la valorizzazione delle tipicità locali e delle antiche tradizioni legate ai luoghi rappresenta oggi un importante elemento su cui lavorare per dare nuovo impulso ai territori. Attraverso la valorizzazione delle tipicità, degli usi e costumi locali è infatti possibile attivare un meccanismo virtuoso che genera importanti ricadute economiche, sociali e turistiche e coinvolge l’intero tessuto sociale e tutti i settori di attività. Se poi è vero che chi non ha cognizione del proprio passato difficilmente avrà un futuro, gli ingredienti del nostro argomento ci sono tutti. La storia e la tradizione sono divenute un volano economico a tutti gli effetti: c’è chi lo ha capito e ne sta facendo un valore aggiunto e chi invece deve ancora compiere il salto decisivo per capirlo. E allora? Il rischio che si possano perdere pezzi della nostra tradizione è elevato, se non si interviene per tempo, perché la scomparsa di una generazione può portare con sé anche quella di saperi non indifferenti. Pensiamo alla chiusura di un’azienda, soprattutto artigiana: se il titolare è l’ultimo di quel settore a realizzare determinati prodotti con le sue abili mani e non vi è un ricambio, la continuità si spezza e la chiusura dell’azienda si trasforma nella morte di un mestiere, o comunque nella sua scomparsa in ambito locale. Ciò può benissimo accadere su altri versanti, se si lascia cadere la cosa e ci si rassegna a perderla. Prendo l’esempio di Sansepolcro perché è la mia città e perché noto che certe abitudini stanno scomparendo anche qui. Passi per lo struscio lungo il corso, che comunque è motivo di rincrescimento, il versante sul quale questa tendenza si sta manifestando in forma marcata è il nostro vernacolo. La nostra “parlata”, come si usa dire: più il tempo passa e meno rimane del nostro dialetto stretto, se non nella bocca qualche anziano oramai 90enne capace ancora di parlarlo. L’istruzione ci ha insegnato che bisogna parlare l’italiano corretto e ci siamo adeguati: del vecchio slang “borghese” rimangono i testi che sono stati scritti e qualche compagnia che lo ripropone nelle commedie di teatro dialettale. Quanto basta per salvarlo dal dimenticatoio, ma anche per salvare l’identità stessa di Sansepolcro, dove per qualcuno il “borghese stretto” è da dimenticare perché magari era un dialetto non elegante. Un’identità fatta di costumi, di rituali, di appuntamenti legati al calendario e alla religione: le stesse Fiere di Mezzaquaresima, che speriamo di recuperare nel 2022, lo dimostrano alla grande e non vorremmo che la parentesi della pandemia si portasse via ciò che secoli di storia ci hanno tramandato. Stesso identico discorso per la cucina, dai piatti più poveri a quelli più sofisticati, ma su questo ambito vi sono ristoratori hanno capito bene il messaggio, trasformando in piatti di lusso le specialità culinarie un tempo bollate come povere e associazioni importanti come l’Accademia Enogastronomica della Valtiberina. L’importante è comunque che siano state mantenute in vita. Orbene, anche l’identikit del turista è cambiato: non solo le tradizioni vengono oggi rivalutate come punto di forza, ma sono gli stessi turisti ad aver suggerito l’input del momento. Chi oggi si sposta per andare a visitare un determinato luogo, non si accontenta più di ammirare l’opera d’arte, il monumento, la chiesa o la piazza e a dire “bello” o “bella”: vuole andare oltre e cercare di conoscere meglio il luogo per sentirsi coinvolto da esso attraverso le persone stesse che lo abitano. Una curiosità sulle tradizioni vale alla stessa stregua di un dipinto o di una scultura. Quando si reca in una regione, il visitatore vuole indagare fino in fondo sulle particolarità di essa: la storia collegata con le tradizioni, con la cucina, con le persone e con altre particolarità è il risvolto del quale va in cerca. Risultato: più una terra è ricca di tradizioni e più diventa attraente. Non a caso, si parla sempre più di turismo culturale, termine che la dice tutta: turismo e cultura, uniti dalla parola “tradizione”, che rende ogni posto unico e speciale. Basta pensare – quando si dice la forza della tradizione – a città che di essa hanno fatto un punto di forza e soprattutto di vita. I casi più emblematici sono quelli di Siena e di Gubbio, dove il celeberrimo Palio e l’altrettanto sentita Festa dei Ceri sono una espressione identitaria assoluta che le ha rese famose ovunque: perché a Siena si nasce contradaioli e a Gubbio si nasce ceraioli. Attorno a queste componenti si articola la tradizione che fa impazzire il turista di oggi: una tradizione che le diversifica e che piace proprio perché rende diverse tutte le realtà. La tradizione è poi quella componente che tiene unito e che identifica un popolo; senza di essa, non sarebbe conosciuto. Il bello di essere diversi è tale che la sommatoria delle diversità produce un solo grande risultato, chiamato ricchezza. Non ovviamente quella economica. Più sono le diversità, più la ricchezza aumenta. Perdere un pezzo, anche piccolo, di tradizione significherebbe in automatico perdere un pezzo di quella ricchezza che i nostri avi ci hanno lasciato in eredità. Un testimone che ci è stato consegnato e che noi passeremo alle giovani generazioni. Quante volte, nell’età della maturità, abbiamo ripensato ai racconti dei nostri nonni, depositari di quella memoria che contribuisce anch’essa a fare storia e tradizione? E tante volte, invece, la tristezza ci assale nel vedere che questa tradizione stenta nel sopravvivere e che soprattutto vi è scarsa propensione nel tenerla in vita. I giovani di oggi sono portati a prediligere altre logiche in un mondo nel quale la rapidità la sta facendo da padrona e forse una sana educazione in famiglia potrebbe includere il rispetto anche della tradizione, che in ultima analisi diventa il rispetto delle proprie radici e origini. Voglio essere positivo e speranzoso, perché non tutti i giovani sono uguali sotto questo profilo e mi appello a loro e chi li guida come educatori. L’abulia e il menefreghismo emergente possono essere sconfitti, inculcando in essi i valori della storia, perché solo così possono comprendere meglio le tappe evolutive e avere la consapevolezza del fatto che il livello al quale siamo arrivati oggi è il frutto di una serie di passaggi graduali e necessari avvenuti nel tempo. Quello di amare la storia è l’unico sistema per amare la tradizione: la prima spiega infatti l’esistenza della seconda e ne interpreta le dinamiche. Ma storia significa passato e allora torna alla mente l’aforisma classico: “Senza passato non vi è futuro”. Anche il turista che va a visitare un determinato luogo vuole regolarsi in questa maniera per trarne appagamento. Non disperdiamo allora questa immensa ricchezza che ci è stata lasciata: finiremmo con il rinnegarci e con il fare quindi un torto a noi stessi, gettando al vento le nostre radici e perdendo oltretutto una ghiotta occasione in più, perché questo aforisma ha oggi un risvolto anche di carattere economico.       

Redazione
© Riproduzione riservata
14/12/2021 09:20:00

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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