Opinionisti Punti di Vista

Il mondo reale messo alle corde da quello virtuale

Una devianza pericolosa per i rapporti umani e anche per i principi piu’ importanti

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La pandemia del Covid-19 non ha fatto altro che accelerare il processo di cambiamento che ha portato la nostra società a vivere una vita molto più virtuale che reale. Il fatto di dover lavorare a casa o da casa (il cosiddetto “smart working”) riguarda sia grandi che piccini perché ha interessato industrie, uffici e scuole, ma a mio parere crea molte criticità. Ho già espresso in passato le mie perplessità su coloro che ogni giorno trascorrono tantissime ore della giornata a “spippettare” sui social e facendo tutto dal computer: dalla spesa alla politica, fino addirittura al sesso. Proprio così: non lo dico io, ma i medici e c’è una grande fetta di persone che si accontenta del sesso virtuale. Ogni cosa – anche la più geniale delle invenzioni tecnologiche – diventa utile e benefica se di essa viene fatto un uso razionale; per dirla in altre parole, se non si eccede oltre i limiti del ragionevole, altrimenti si corre il rischio – in questo caso - di una pericolosa spersonalizzazione dei rapporti. La perdita della socializzazione fra individui è una deriva verso la quale si sta andando incontro e i più giovani sono anche in questo caso la fascia più sensibile: non è un caso, quindi, che gli studenti abbiano riscoperto il piacere di andare a scuola se non altro per ritrovarsi con i compagni di classe, ma anche per studiare in un contesto nel quale sono seguiti direttamente dagli insegnanti. La didattica a distanza è come lo “smart working”: non potrà mai avere un rendimento pari a quella in presenza, anche se non è una soluzione da buttare via. Tornando al principio secondo cui tutto è efficace se ne viene fatto un uso razionale, è chiaro che in caso di emergenze dovute al maltempo, o di impossibilità oggettive, la formula della videoconferenza sia quella giusta: prima ancora del Covid-19, per esempio, la chiusura della E45 aveva suggerito la Dad per gli studenti dell’Alto Savio che frequentavano le scuole di Sansepolcro. Lo stesso discorso può valere per chi lavora in un ufficio o per il consigliere comunale che magari ha qualche linea di febbre, ma che non vuole perdersi la seduta: tutto bene, purchè si tratti di casi eccezionali e limitati nel tempo. E qui torniamo al problema di fondo. In questi ultimi dieci-venti anni, la società in cui viviamo è cambiata in maniera sensibile e attraverso i social ci possiamo costruire una identità virtuale che non sempre coincide con quella abituale, quindi reale. Alcune persone tendono così a nascondersi rivelando una falsa identità: entrano in siti di incontri e stringono relazioni virtuali con persone estranee (immaginiamo poi se anche queste rivelassero identità non veritiere), al fine di instaurare una relazione duratura. Eccoci al dunque: la realtà è sempre più distante e le persone non sono più in grado di incontrarsi; ciò significa che sono cadute in pasto al virtuale e che hanno smarrito la capacità di trasmettere le loro vere sensazioni. In questo caso, porto il fenomeno all’estremizzazione, perché tratto di individui che fanno abuso dei social, ma andiamo sul quotidiano e ai comuni rapporti fra cittadini, oppure fra essi e le istituzioni e fra essi e i mezzi di informazione. Al posto degli sportelli bancari e dell’impiegato di fiducia c’è l’home banking; al posto del negozio c’è l’e-commerce, al posto dell’impiegato comunale c’è il sito internet del Comune che spiega in che maniera bisogna compilare una richiesta e scaricare il modulo e al posto del giornale tradizionale, cioè della carta stampata, c’è il sito dello stessa testata, che deve badare bene a gestire e ripartire i contenuti di una stessa notizia fra cartaceo e web per evitare di fare concorrenza a sé stessa. Analizziamo i difetti di una impostazione del genere. Intanto, si genera una limitazione di accesso per alcune categorie e poi una evidente differenza fra chi sa usare determinati strumenti e chi invece non li sa usare, vedi anziani, bambini e gente che magari non ha le possibilità anche economiche per accedere ad essi, che sono già tagliati fuori dalla comunicazione. E poi, alle interazioni virtuali manca la parte non verbale, per cui il dialogo rimane impossibile e quindi non si tiene conto della relazione esistente fra i dialoganti. Infine, la realtà virtuale rende a volte la comunicazione divisa in canali paralleli, che come tali non si incontrano, ragion per cui ogni singolo utente comunica con chi vuole e non con quelli che ci sono. Ciò significa di fatto frammentazione e quindi un ulteriore scacco alla socializzazione: ho la mia cerchia di contatti e non vado oltre quella, come del resto si produce un altrettanto preoccupante mancanza di interazione fisica con il mondo. Se per comunicare facciamo affidamento su strumenti sempre più virtuali e astratti, è chiaro che anche le rappresentazioni diventino sempre più semplificate e virtuali. Non c’è insomma nulla di fisico e di corporeo e viene limitata la capacità di decidere e creare la forma del mondo in maniera condivisa. L’esempio è quello di una petizione online: ci può essere anche un milione di persone, ma queste sono unite soltanto da una firma e niente altro, senza possibilità alcuna di confrontarsi in maniera diretta. E per concludere, un’altra importante constatazione: gli strumenti di comunicazione virtuale sono quasi sempre gestiti da organismi centralizzati, che sfruttano le informazioni per organizzare le politiche economiche globali e decidere il destino dei Paesi. In che modo tentare di invertire la tendenza, ben sapendo che da una parte la tecnologia ci è venuta tantissimo incontro, ma che dall’altra siamo arrivati a un punto di “non ritorno” tale da essere dipendenti da social e internet come se il web fosse diventato una droga? È un’autentica devianza, quella che negli ultimi anni ha preso il sopravvento su di noi. Dai bambini piccoli, che sanno adoperare il telefonino con le manine da prestigiatori, fino a chi occupa ruoli istituzionali di primo piano, tutti avvertono il bisogno di entrare in azione; gli adulti scelgono i social perché la comunicazione è questa e perché la caccia ai “like” è il vero termometro sul quale fare affidamento. Eppure, a parte i casi di uso ragionato, nella rete accade di tutto: chi comunica anche decisioni importanti attraverso i propri profili (per esempio, i politici e gli sportivi ma che negli ultimi tempi hanno diminuito la loro presenza), chi adopera i social come valvola di sfogo, chi sfrutta internet per le truffe dietro proposte allettanti, chi pubblica foto o filmini in palese violazione della privacy (qui, signori, è stupidità piena) e chi esercita manipolazioni così gravi da indurre le categorie più deboli a gesti dai risvolti tragici. Pensiamo ai giochi e giochini che sono costati la vita ad adolescenti e ai tanti tranelli pagati a caro prezzo, ma soprattutto mettiamoci in testa che vi è una discrepanza netta fra il mondo illusorio che ci appare nel web e quello reale con il quale combattiamo tutti i giorni, compreso il pagamento delle bollette, per i quali non esistono soldi “virtuali”. L’assuefazione è però arrivata a un tal punto che persino l’incontro con una persona e il sesso sono diventati appaganti sulla rete, per cui un individuo si trova a legare benissimo con un altro che nella realtà però non ha mai visto, né gli ha mai stretto la mano. Cosa c’è di più assurdo, allora? Lo stesso contesto quotidiano non aiuta: nella nostra mente c’è il lavoro, che adesso si estende per qualcuno anche al sabato, alla domenica e alle ore serali, per cui la probabilità di incontro in orari extra-lavorativi è diminuita a causa di questi sfalsamenti; i ritmi particolari di vita sottraggono sempre più tempo e anche l’elemento spazio è in crisi: in un condominio di periferia – questo l’esempio addotto – è sempre più raro trovare cortili o luoghi di incontro e se c’è un minimo di spazio questo è adibito a parcheggio per le auto, le uniche con quali si riesce a… socializzare nel viaggio fra il posto di lavoro e la dimora. E come si può guarire da questa “malattia”, facendo in modo che il reale recuperi sempre più spazi nei confronti del virtuale? C’è chi propone di toccare il portafoglio, eliminando le piattaforme gratuite per farle diventare a pagamento, come c’è chi ritiene opportuno creare location apposite per ritrovarsi, oppure organizzare eventi che abbiano un sapore più genuino (vedi la festa o la sagra paesana) al fine proprio di “disintossicarci” da un fenomeno che, nato non certo con queste finalità, si è trasformato in una droga a tutti gli effetti. Purtroppo, il mondo è cambiato rispetto a 20-30-40 anni fa: già prima dell’esplosione di internet, aveva aumentato le proprie velocità giornaliere per costringere chi correva di meno a stare al passo con i tempi, pena la perdita di competitività. L’avvento del web compensa stress e mancanza di tempo (e di voglia) per fare comodamente da un tavolo quello che in passato avremmo fatto realmente, per cui dopo una giornata di lavoro nessuno se la sente in famiglia di affrontare “faccia a faccia” un problema anche serio, però in compenso preferisce parlarne all’amico o all’amica tramite chat, sperando di trovare più comprensione e di doversi incavolare di meno. Di questi passi, a quale fine si va incontro? Personalmente – e mi avvio a chiudere - non sono contrario a priori nemmeno ai social, semprechè il loro uso sia ben dosato. E comunque ribadisco il concetto: la realtà vera è molto diversa da quella più “romanzata” nel virtuale. Non vi sarebbe nemmeno bisogno di ricorrere a provvedimenti deterrenti o coercitivi per redistribuire gli spazi e limitare la sfera del virtuale, perché alla resa dei conti il vero arbitro della situazione è il nostro cervello, che non dovrebbe fare particolari elaborazioni nel comprendere il divario esistente fra i due mondi, altrimenti verrebbe da dire a uno: ma tu, sul serio, in quale mondo vivi? Anche in questo caso, viene da dire che siamo andati un po’ troppo avanti, né vorremmo che a far ricredere siano le “musate” che ogni tanto qualcuno batte, perché ha scoperto che quello che gli sembrava bello era in realtà più brutto e che chi si spacciava per ricco aveva magari i debiti. E allora, torniamo a incontrarci fisicamente, a giocare sui cortili come da bambini, a rifare la politica fra la gente e a riscoprire a questo punto anche il sesso reale. Rispolveriamo cioè quei valori e quei principi autentici, che sembrano superati ma che tornano attuali proprio quando il mondo si è accorto di aver corso più del dovuto.  

PENSIERINO: quando il virtuale perde di vista il reale, si creano i presupposti ideali per i “rosiconi” e i “delinquenti”. Umberto Eco diceva che strumenti come internet e i social hanno dato il diritto alla parola agli imbecilli, io condivido solo in parte questa filosofia, in quanto il bene e il male da sempre esiste nella vita. Certamente quando vedo dei “sambudelli” che creano profili falsi per danneggiare quelle persone che non riescono ad “arrivare”, divorati dall’invidia o “idioti” che approfittano delle fragilità dei bambini e degli anziani per poterli raggirare, mi viene da pensare che viviamo in una società malata, dove il male viene prima del bene.

                     

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
29/04/2021 09:52:52

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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