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Il Papa prega per il Libano e ammonisce preti e vescovi orientali

“Vivete senza lusso, il popolo soffre”

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È per il Libano ferito dalla catastrofe di Beirut di martedì il pensiero di Papa Francesco nell’Angelus di questa domenica, in piazza San Pietro. Jorge Mario Bergoglio rinnova l’appello per «un generoso aiuto da parte della comunità internazionale», poi si rivolge direttamente alla Chiesa per invitarla ad essere «vicina al popolo nel suo calvario» e approfitta per ammonire vescovi, sacerdoti e religiosi libanesi a vivere «con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre e soffre tanto».

Parole inequivocabili che non risultano nuove sulla bocca del Pontefice, il quale già in passato, durante le diverse udienze a vescovi delle Chiese orientali, aveva denunciato il tenore di vita molto al quale sono abituati membri del clero in Medio Oriente. In particolare, incontrando nel giugno 2018 la Roaco, l’istituzione ecclesiale che si occupa delle Chiese orientali in realtà devastate da guerre e povertà, Papa Bergoglio aveva criticato quei presuli e sacerdoti o membri di qualche congregazione religiosa, «che professano la povertà ma vivono da ricchi». Non è un mistero infatti che alcuni patriarchi, presuli e preti orientali vengano trattati come principi, circondati da squadre di assistenti e portaborse, in viaggio in macchine che non passano inosservate. «Epuloni» li aveva definiti il Pontefice, chiedendo di «spogliarsi» in favore dei fratelli e delle sorelle che vivono nella miseria, stando loro vicino.

Lo stesso richiamo alla vicinanza Papa Francesco lo ha ribadito oggi, nelle stesse ore in cui a Beirut si continuano a contare i morti e i feriti per la doppia esplosione delle quali ancora non è stata accertata la causa. Circa 160 le vittime ed oltre 6mila i feriti, secondo i bilanci provvisori. «La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai libanesi, a collaborare per il bene comune di questo amato Paese», ha detto il Pontefice. «Il Libano ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello di vivere insieme. Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo. Ma prego perché con l’aiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti essa possa rinascere libera e forte». 

Da qui l’invito alla Chiesa ad «essere vicina al popolo nel suo calvario con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione». «E per favore chiedo ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre e soffre tanto».

Con lo stesso vigore il Papa ha esortato ad «impegnarsi per un mondo totalmente libero da armi nucleari» nei giorni in cui ricorre il settantacinquesimo anniversario dei tragici bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, il 6 e il 9 agosto del 1945. Francesco dice di ricordare «con commozione e gratitudine» la visita compiuta in quei luoghi nel novembre dello scorso anno, nell’ambito del viaggio in Giappone, durante il quale incontrò anche dei sopravvissuti. 

Nella sua catechesi prima dell’Angelus, il Papa - dopo aver picchiettato più volte sul microfono che sembrava non funzionare - ha commentato il brano del Vangelo di oggi in cui Gesù cammina sopra le acque in tempesta. Un racconto, ha detto, che «è un invito ad abbandonarci con fiducia a Dio in ogni momento della nostra vita, specialmente nell’ora della prova e del turbamento».

«La barca in balia della tempesta è immagine della Chiesa, che in ogni epoca incontra venti contrari, a volte prove molto dure: pensiamo a certe lunghe e accanite persecuzioni del secolo scorso e ancora oggi in alcune parti», ha sottolineato ancora il Pontefice. È in quei frangenti che si può avere «la tentazione di pensare che Dio l’abbia abbandonata». Ma in realtà, ha spiegato, «è proprio in quei momenti che risplende maggiormente la testimonianza della fede, dell’amore e della speranza. È la presenza di Cristo risorto nella sua Chiesa che dona la grazia della testimonianza fino al martirio, da cui germogliano nuovi cristiani e frutti di riconciliazione e di pace per il mondo intero».

Al termine dell’Angelus, il Papa ha salutato i partecipanti al Tour de Pologne, gara ciclistica internazionale disputata quest’anno in ricordo di San Giovanni Paolo II nel centenario della nascita.

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
09/08/2020 13:45:29


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