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Emergenza Coronavirus: il “lockdown” grande lezione di vita

Necessario riflette sul dono prezioso della salute e i valori della vita terrena

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E arrivò anche l’era del coronavirus. Non è una guerra, non è un terremoto; non ha distrutto le città, né ci ha costretto a vivere in prefabbricati, ma rimane pur sempre una pandemia (vogliamo chiamarla calamità?) con il suo tragico bilancio in fatto di morti. Certamente, quando l’ultimo Capodanno si alzarono i calici in mezzo ai botti per brindare con tutti i migliori propositi, nessuno avrebbe potuto immaginare che il 2020 (o il 20-20) ci avrebbe riservato un simile imprevisto, al punto tale da farci “resettare” completamente le nostre abitudini, costringendoci a stare in casa e a vivere quella quarantena che per molti equivale a una prigione o quasi. Stare dentro ora per tornare tutti fuori prima possibile: questo il motto che dobbiamo metterci in testa. Così, quella “scaletta” che ci accompagnava tutti i giorni (sveglia, colazione, lavoro, pausa pranzo, di nuovo lavoro, aperitivo e ritorno a casa) si è trasformata da routine spesso noiosa in sogno e l’escursione del week-end al ristorante o al mare per gustare il pesce è diventata al momento un autentico miraggio. Anche la pizza puoi mangiarla, ma quella che ti sei comprato surgelata al supermercato e che scaldi nel forno di casa. Insomma, un cambiamento divenuto una rivoluzione “epocale” a tutti gli effetti, di quelli che indurranno soprattutto a riflettere ciascuno di noi. Pensate: a fine gennaio i primi segnali, a febbraio i primi seri avvertimenti e poi i 15-20 giorni di sottovalutazione ed esitazione (l’una e l’altra cosa) per quella che avrebbe dovuto essere una presunta forma influenzale più marcata, ma che il 10 marzo ci ha bloccato. Dal nord Italia, le notizie dell’espansione del virus e dei contagi, non più circoscrivibili alle sole regioni Lombardia e Veneto (perché la gente continuava a spostarsi), ha consigliato al nostro governo di prendere la drastica decisione di limitare le attività come se un’auto che viaggia sparata a 150 orari fosse all’improvviso costretta a frenare. Tanto sarà questione di un paio di settimane – si diceva e si sperava - per cui sarebbe valsa la pena fare questo sacrificio; ma intanto, il totale dei positivi subiva una forte impennata alla pari di quello dei morti. Due contatori che salivano anche vertiginosamente, con un bilancio di vittime giornaliere che si fermava a 500 nelle situazioni migliori. Così, il 3 aprile è diventato il 4 maggio e chissà quando potremo riassaporare un minimo di normalità vera. Nel frattempo, alle conseguenze sanitarie si sono aggiunte quelle economiche, per cui alla paura della malattia e di una temuta recrudescenza del virus (o di altri virus) si somma ora quella di perdere il lavoro, pensando ad affitti e bollette da pagare con per giunta due figli da mantenere. Ferie anticipate e cassa integrazione per ammortizzare l’impatto, ma fino a quando? E poi, esci per fare la spesa rigorosamente con mascherine e guanti e devi salutare a distanza chiunque incontri, perché anche nel tuo migliore amico devi comunque intravedere un potenziale contagiante. Sì, perché il vero “esercito” sommerso non è quello degli infettati, ma quello dei cosiddetti asintomatici. Una situazione surreale e paradossale che a diversi sta cambiando anche il carattere, oltre che le abitudini e che ti induce a dire: ma è tutto vero? Che razza di piega sta prendendo il mondo? Con l’aggravante costituita dall’Italia, nella quale le restrizioni sono maggiori perché è qui la situazione più grave, mentre in Germania sarebbe già tutto sotto controllo con addirittura meno morti dell’anno prima (così ci hanno detto). I tedeschi hanno quindi anche la “buccia” più dura; anche gli altri Stati, comunque, sembravano più ottimisti, fino a quando non hanno battuto pure loro il naso con la realtà. Ma anche la più brutta delle medaglie ha comunque un suo rovescio, che in questo caso è positivo. Chi era intanto nelle condizioni di farlo, ha sperimentato (sottoscritto compreso) lo “smart working”, lavorando quindi da casa. Vale per le piccole quanto per le grandi aziende. Benedetto sia allora internet e chi lo ha inventato! Per chi non lo avesse ancora capito, da questo strumento sarà sempre più impossibile prescindere, visto che anche i processi hanno ora intenzione di percorrere la via telematica, senza per forza approdare nelle aule dei tribunali. Stesso discorso, solo provvisoriamente, per la scuola: già lo scorso anno (ai tempi dell’emergenza E45) gli studenti dell’Alto Savio che venivano a Sansepolcro si sono salvati in questo modo.  Ma c’è dell’altro. L’internamento fra le mura domestiche ci ha reso tutti più persone di casa: qualche uomo avrà benissimo imparato a fare la lavatrice e a stendere i panni, così come qualche donna si sarà cimentata nell’inedite mansioni di imbianchina o altro. E poi, se c’era da mettere a posto qualcosa, da portar via roba che non serve più o anche semplicemente da spostare un arredo, questa è stata l’occasione giusta, per cui credo che la noia non si entrata in nessuna abitazione, anche perché fra genitori, figli e anziani c’è stata finalmente la possibilità di dialogare e di riscoprire l’unità e l’importanza della famiglia, senza guardare l’orologio oppure dire: “Se ne parla domani perché ora sono stanco o non ho tempo”. E la riscoperta di valori quali la solidarietà e l’amicizia dove la mettiamo? Tanto per fare un esempio, ho passato giornate al telefono con vecchi amici, imprenditori ed esponenti politici, con i quali altrimenti non sarebbe stato possibile parlare a lungo e raccontarsi le nostre vicende, anche perché con qualcuno non mi sentivo da anni. Il fatto stesso che sia venuto a ricercarmi quando nemmeno più io lo ricordassi è stata una bella sorpresa: significa se non altro che qualcosa hai lasciato e che il seme allora piantato ha prodotto i suoi risultati. Lunghe telefonate, nelle quali abbiamo spaziato dall’economia alla politica, fino allo sport. E il sottoscritto – non lo nego - ha dovuto rivedere in qualche caso anche le sue opinioni, rivalutando certe persone ma rimanendo deluso anche da altre. Comunque sia, un’altra componente ha girato al largo in questi giorni di domicilio forzato: la fretta. Nessuna pulsazione in tal senso, perché non dovevi più nemmeno camminare, ma soltanto stare fermo. L’esigenza di correre e lo stress si sono dovute arrendere a un processo di sanificazione interiore. Ma dopo tante settimane, era inevitabile che questa tranquillità imposta dovesse indurci a formulare in ognuno di noi la classica domanda da cento milioni: cosa accadrà quando ripartiremo? E prima ancora: quando ripartiremo? Il punto interrogativo è alimentato di giorno in giorno dagli stessi esperti in materia: in giugno, poi in settembre, poi a fine anno, ma forse ce la possiamo fare anche per agosto. Politici ed epidemiologi stanno tentando di conciliare le esigenze della salute pubblica con quelle del mondo economico. Tutto dipenderà da quando la curva del contagio inizierà a scendere in maniera decisa, evidenziando il proprio trend favorevole. Dico altresì, però, che il 4 maggio sarebbe opportuno ricominciare: la nostra economia ha subito già ora un duro colpo e due mesi di fermo sono un’eternità ai tempi di oggi. Prolungare ulteriormente il “lockdown” significherebbe andare incontro a una mazzata che per noi sarebbe letale. Mettiamo pure mascherine e guanti e rispettiamo il distanziamento sociale, multando chi non lo fa, ma per favore ripartiamo, laddove sia possibile farlo. Come avvenuto per la grande crisi iniziata nel 2008 e dalla quale l’uscita è stata molto lenta, così succederà che qualche azienda, messa definitivamente in ginocchio, non riaprirà (immaginate le conseguenze anche sui dipendenti), mentre qualche altra riprenderà a stento e qualche altra ancora potrebbe decollare: molto dipende dai settori di appartenenza. Fenomeni di questa portata rompono gli equilibri e li riposizionano dopo una selezione brutale, che rischia di portare alla scomparsa di determinate figure professionali, bilanciata solo in parte dalla nascita di altre, dettate dalle nuove esigenze e dal tipo di lavoro che comporteranno. Dalle disgrazie – si sa – spesso si originano persino le fortune, seppure per pochi. Odio pronunciare la frase che gira adesso: “Nulla sarà più come prima!”. La vedo come una forma di resa fatale, per cui dobbiamo guardare al futuro con la voglia e la speranza di tornare alla normalità. E allora, nuova domanda da cento milioni: quando eventualmente torneremo a pieno regime? Nessun affanno: riconquistiamola per gradi, facendo in modo di recuperare quella interrotta attraverso più stadi di normalità, ai quali adeguarsi. Il primo si chiama “convivenza”: dobbiamo riacquisire una fetta di libertà sapendo che l’insidia è sempre dietro l’angolo, poi è chiaro che arriverà il tanto agognato giorno nel quale potremo fare a meno delle mascherine e tornare a baciarci ed abbracciarci. Vi immaginate se non fosse più possibile? Tutto sarà più semplice con l’uscita dell’agognato vaccino e qui si apre un altro capitolo, dal momento che la paura di futuri contagi e diversi dal Covid-19 non sarà scomparsa: risulta difficile comprendere come la scienza possa riuscire a realizzare protesi artificiali impesanbili e a raggiungere altri traguardi della medicina quando poi è così difficile sconfiggere un virus, che secondo qualcuno potrebbe essere uscito da un laboratorio. I sentori c’erano già prima di Natale e si sapeva che proveniva dalla Cina, ma per qualche mese nessuno si è preoccupato e la televisione ha mostrato a chiare lettere i retroscena della negligenza che ha regnato nel Bergamasco e che si è estesa poi a tutta la Lombardia. Poi, il solito rimpallino delle responsabilità: c’era una direttiva precisa, ma non era stata comunicata e allora nessuno ha potuto saperlo. Certa è una cosa: fra i tanti aspetti che dovremo rivedere nella recuperata normalità vi sono anche gli investimenti nella sanità, comparto assolutamente primario (perché di mezzo c’è la salute) ma penalizzato da qualcosa come 35 miliardi tagliati in dieci anni, 25 dei quali stanziati per l’immigrazione. D’altronde, non è semplice contrastare le epidemie quando le strutture ospedaliere sono carenti e dalle rsa proviene quasi il 50% dei morti in Italia a seguito del coronavirus. Plessi come quello della Valtiberina a Sansepolcro non possono continuare a operare senza la rianimazione e chissà quante altre situazioni similari vi saranno in tutta Italia. Soltanto la coscienza, la professionalità e il rigore di sanitari e infermieri ha saputo tenere a distanza il virus, alla pari di quanto avvenuto nelle nostre rsa, tutte immuni. Inutile poi vantarsi degli illuminati “cervelli” italiani quando poi non si mettono loro a disposizione le strutture con le necessarie dotazioni: è chiaro che poi se ne vanno all’estero, dove possono esercitare al meglio la professione, essere adeguatamente pagati e proseguire al meglio la loro carriera. Abbiamo pertanto il fior fiore dei medici, ma all’atto pratico li sforniamo per farne beneficiare gli altri. E da rivedere è anche il rapporto con l’Europa e l’Unione Europea: il nostro peso specifico è nullo o quasi. Siamo il Paese che per primo ha tentato di disciplinarsi, guadagnandosi l’apprezzamento degli altri e dall’Italia potrebbe provenire lo scopritore del vaccino, perché il genio nostrano è stato molte volte capace di esaltarsi, ma rischiamo di dover ingoiare il rospo anche stavolta, semprechè qualcuno non si decida ad alzare la voce, a fissare determinati paletti e a dire “Ora o non più”. Per fare questo, però, occorre uno Stato che sia granitico, una coscienza di “nazione” che poche volte ci è appartenuta: adesso che occorrerebbe stare uniti dal punto di vista anche politico, si approfitta della situazione per fare campagna elettorale – ognuno a pro suo – e per dare libero sfogo ai social, nei quali si scrive di tutto e di più (anche in maniera vergognosa) e si accetta di tutto per un semplice “like”. Il primo requisito per ottenere credibilità è quello di dimostrare compattezza: solo così l’Italia potrà riprendersi un minimo di credibilità. Per il resto, il coronavirus ci ha ricordato non solo quanto sia prezioso il dono della salute, ma anche la nostra stessa essenza di persone mortali e quindi di passaggio, che si arrabattano e corrono molto spesso senza un motivo di fondo ben preciso, oppure per guadagnare o risparmiare qualche spicciolo in più che difficilmente cambia la vita. L’importante è correre: ma per cosa, se poi siamo così vulnerabili di fronte a un nemico che non guarda in faccia a nessuno? Ricchi o poveri che siano, quando il virus attacca… ‘n do chiappa, chiappa!, per dirlo alla nostra maniera. E allora, la riscoperta della solidarietà, dell’armonia e dell’altruismo (principi cardine anche di un Cristianesimo che predica l’amore per il prossimo) dovrà d’ora in poi segnare la nuova normalità: è stato bello, persino stupendo, vedere vicini di casa che dai balconi e dai giardini hanno brindato con il sorriso. Sarebbe quindi opportuno che il rito si ripetesse a ogni Pasqua e a ogni Natale. Evitiamo perciò di ricadere in atteggiamenti e comportamenti utilitaristici, un po’ come si fa quando ci si reca al cimitero: quando siamo dentro, alla vista delle tante lapidi con le foto dei morti diventiamo docili come agnellini, poi all’uscita dal cancello torniamo a essere leoni ruggenti. L’emergenza del coronavirus è stata per tutti una lezione di vita e chi saggio vuol definirsi non può fare altro che trarne insegnamento.    

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
11/06/2020 09:31:35

Punti di Vista

Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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