Opinionisti Mara Valentini

Vecchi al tempo del Covid-19

Siamo un Paese di vecchi e fra trent'anni saremo il terzo stato più vecchio al mondo

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Non siamo ancora usciti dai tempi di Covid 19 e non abbiamo certezze su quando e come ne usciremo, ma  siamo tutti coscienti dei grandi cambiamenti sociali ed economici  che la pandemia determinerà nel mondo intero. Di colpo sono stati scoperti i nostri punti più fragili e le nostre certezze sono crollate per lasciar spazio a disorientamento e paura.

Tra le tante criticità che questo maledetto virus si è premurato di far emergere con una crudezza spietata e senza pietà alcuna, c’è il quadro del tragico dissesto generazionale: siamo un popolo di vecchi.

Fino a ieri, e per ieri intendo il periodo antecedente  al  corona virus, era in atto una sfida con i paesi europei e extraeuropei per accaparrarsi il titolo di paese  con il più alto tasso di longevità , con le aspettative di vita migliori legate all’ambiente, alle cure, all’alimentazione.

Oggi il paradigma è cambiato e la vecchiaia è un problema e non solo non v’è ragione di vantarsene, ma avanza sempre più chiara una domanda agghiacciante per quanto reale: quanto vale la vita di un anziano?

Siamo un Paese di vecchi e se continuiamo così fra trent'anni saremo il terzo stato più vecchio al mondo. Il rapporto dell'Ocse "Preventing Ageing Unequally è stato  esplicito:  l'Italia oggi  è uno dei più vecchi Paesi,  un paese di anziani  destinato a diventare nel 2050 il terzo Paese più vecchio al mondo, dietro al Giappone e alla Spagna.

Dati demografici e statistici severi, ma concreti, che si sono schiantati su di noi improvvisamente con il propagarsi  del virus provocando uno scollamento schizofrenico tra la narrazione ufficiale scelta e l’impostazione culturale alla base  delle scelte che sarebbero state compiute a causa dello squilibrio tra necessità e risorse disponibili.

A fronte di questa  calamità  improvvisa e inaspettata che ha travolto i nostri Ospedali e in particolare le  Unità Operative di Terapia Intensiva, è apparso evidente che i nostri medici  sono stati costretti a compiere delle scelte laceranti  penalizzando gli anziani nella ripartizione  delle risorse disponibili ,seguendo criteri di aspettativa di vita. Le  linee guida SIAARTI (Società italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva)  sono state chiare: “uno scenario di questo genere è sostanzialmente assimilabile all’ambito della ‘medicina delle catastrofi’, per la quale la riflessione etica ha elaborato nel tempo molte concrete indicazioni per i medici e gli infermieri impegnati in scelte difficili.” Scelte così disumane che nessuno vorrebbe trovarsi a dover fare.

Queste scelte così inconciliabili ai principi di etica  hanno sortito in me, ma credo in tanti, un profondo sconcerto unito a un grande dolore. Si può, in un’epoca moderna come la nostra, parlare di scelte simili? Si può decidere di vita o di morte in base all’età e ai respiratori di cui le strutture sanitarie sono in  possesso? Eppure è successo e potrebbe succedere di nuovo. A questo punto alcune  riflessioni sono dovute e il tema dei diritti umani e delle pari opportunità  emergono in tutta la loro complessità e modernità, perché ogni qualvolta si fa un passo avanti emergono nuovi paradossi che mettono in crisi tutta la parte concettuale.

Questo capovolgimento pregiudizievole, improvviso e concettuale del significato di vecchiaia che ci è piombato addosso è estremamente pericoloso e lascia spazio, in questo mondo così privo di barriere etiche, a situazioni esasperate e a delicate ripercussioni sociali  che dobbiamo tenere in osservazione e monitorare per non cadere nella triste piaga dello stigma.

Sembra assurdo e improbabile, ma scivolare in questo tipo di trappola mentale è estremamente facile e le conseguenze potrebbero divenire terribili e simili a quelle già vissute, dunque conseguenze non impossibili.

La vecchiaia, ma chiamiamola senilità, per ingentilire questa parte della vita legata alla decadenza fisica e a volte mentale, non è una malattia. Per secoli è stata ora disprezzata, ora onorata come età della saggezza. Nel tempo, il trattamento che è stato riservato agli anziani, è stato alternante, ma certo è che, nell’antichità, questa categoria ha goduto di una considerazione maggiore di quella che riserva loro la società moderna.

Come non ricordare la Polis classica e il ruolo degli anziani, tenuto in grande considerazione sia ad Atene che Sparta: Atene che li poneva  in una posizione di grande rispetto ma li escludeva dalla vita politica  e Sparta che dava loro grande potere politico al punto di creare  un organo di governo chiamato Gerusia, un consiglio composto da 28  Geronti spartiati, che altri non erano se non  anziani sopra i 60 anni.

Come non ricordare poi il Senato Romano; “Senatus” cioè assemblea di anziani, all’interno del quale maggior potere era riservato ai più  illustri saggi anziani. La gerontocrazia, è un dato di fatto, ha influenzato i molti aspetti della società romana.

Sulla vecchiaia è stato scritto di tutto già a quei tempi dal ”Cato Maior de senectude” un trattato sulla senescenza di Cicerone all’ ”Elegia della vecchiaia” di Solone fino ad arrivare ai giorni nostri.

Ma oggi la vecchiaia è una novità assoluta e il concetto richiede  una nuova visone.

Vittorino Andreoli ha pubblicato due volumi proprio dedicati alla senescenza: “Elogio alla vecchiaia” e “Una certa età / Per una nuova idea di vecchiaia” e in ambedue i testi non si può che rilevare quanta differenza esista tra l’anziano di ieri e quello dei nostri giorni.

“Anni fa, nel periodo della Seconda guerra mondiale, si era considerati vecchi a 46 anni” spiega lo psichiatra veronese, che fa parte anche della New York Academy of Sciences, “Oggi l’età della vecchiaia è salita a 81 per i maschi e 85 per le femmine. Ma nella contemporaneità, con la vita media che si è allungata, la salute e il benessere perseguibili sempre, e gli anziani sono sempre  più  attivi e pieni di risorse. Basta pensare” continua Andreoli “a quante sono le storie d’amore che nascono da vecchi, o la grande voglia di raccontarsi e di relazionarsi. Le palestre oggi sono piene di over 65: questo significa la grande voglia di vivere. Insomma, smentisco completamente l’antica sentenza di Seneca, secondo cui Senectus ipsa est morbus: la vecchiaia è di per sè malattia. Al contrario, è un capitolo originale dell’esistenza, non certo un’età malata”.

 Pensavamo, fino a qualche anno fa, che le cellule del cervello degenerassero e morissero negli anziani. Invece è stato dimostrato che anche nei vecchi i neuroni si rigenerano. Ricordiamo che proprio Rita Levi Montalcini ha vinto il premio Nobel per la scoperta sulla moltiplicazione dei neuroni. I neuroni di una persona anziana sono gli stessi di quelli di una persona giovane. I ragionamenti che posso fare io a 80 anni sono uguali a quelli di un 40enne. Quindi, per la scienza non è vero che il cervello di un anziano sia meno funzionale di quello di un giovane. Su basi scientifiche, dico che un cervello anziano, se non è ammalato, ha le stesse caratteristiche di quello di un giovane.

Della questione anziani se ne sta occupando da anni sia il Consiglio d’Europa che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con un Piano d’azione Internazionale finalizzato alla creazione di una società adatta a tutte età e adottando risoluzioni. come la 45/91 e 45/106 per la piena dignità della popolazione anziana..

“La maggior longevità sta dando all’umanità una nuova frontiera, sta ampliando le nostre prospettive mentali e fisiche. Per molti aspetti, le persone anziane di oggi sono pioniere[…] Hanno spianato il cammino verso una vita più sicura, sana e più prospera per le numerose generazioni di persone anziane che verranno”.

(Kofi Annan, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite).

Mara Valentini
© Riproduzione riservata
14/05/2020 07:18:33

Mara Valentini

Mara Valentini - Mara Valentini è nata e cresciuta a Rofelle, frazione del Comune di Badia Tedalda, e in questo contesto, ha imparato ad amare la terra e il mondo delle piante e dei fiori. Dopo esseri diplomata al Liceo Scientifico di Sansepolcro, si è laureata presso l’ Università di Urbino. Ama cambiare, intraprendere nuove sfide in un rinnovamento continuo. Da sempre impegnata in politica, per combattere le ingiustizie e difendere i più deboli. Nel 1989 è cominciata la sua storia nella Repubblica di San Marino, dove è stata Direttore generale del Dipartimento “Istruzione, Cultura e Università”. Membro CAHDPH Rights of Persons with Disabilites dal 2007 al 2016 presso il Consiglio d’Europa, Rappresentante della Repubblica di San Marino nel Committee of Experts on the Rights of People with disabilites (DECS-RDP), Council of Europe Strategy on the Rights of Persons with disabilites (2017-2023) a Strasburgo. Nella XXIX Legislatura è stata Parlamentare della RSM poi Commissario della Commissione Parlamentare I - Affari Istituzionali, Pubblica Amministrazione, Affari Interni, Protezione Civile, Giustizia, Istruzione, Cultura, Università e Ricerca Scientifica, poi Commissario della Commissione Parlamentare IV - Sanità, Sport, Territorio e Ambiente. Sindaco di Governo. Membro (UIP) Unione Internazione Parlamentare a Ginevra. Capo Delegazione (PAM) Parliamentary Assembly of the Mediterranean delle Nazioni Unite. Tra le sue passioni, la scrittura e la cucina: collabora con la rivista “Giardino Antico” dove ha una sua rubrica personale dal titolo “La cucina delle foglie”.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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