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A Città di Castello il sindaco vanta anche il titolo di barone a tempo determinato

Il primo cittadino per la durata del suo mandato si fregia anche di un titolo nobiliare

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C’è un comune in Italia, unico, dove il sindaco vanta anche il titolo di barone a tempo determinato, quindi per la durata del mandato il primo cittadino si fregia anche di un un titolo nobiliare simbolico. A Città di Castello, capoluogo dell’altotevere umbro, con oltre 38mila abitanti, patria del grande maestro Alberto Burri e dell’attrice e Monica Bellucci, è così da otto secoli, da quando la storia ha scritto una pagina davvero inedita che si tramanda di legislatura in legislatura. Questo originale connubio “istituzionale-nobiliare” nasce dal fatto che il comune di Citta’ di Castello è titolare di una piccola porzione di territorio, Monte Ruperto, che ricade nelle Marche, definita “exclave” (aree territoriali appartenenti a una Regione che però si trovano all’interno di un’altra). La particolarità di questa vicenda si perde nella notte dei tempi, quando una sperduta baronia in un remoto luogo dell’Appennino cedette il titolo nobiliare al gonfaloniere di Città di Castello, tramandato ai sindaci che oggi si susseguono. Si narra che una grande carestia dovuta ad incredibili nevicate colpì il Baronato di Monte Ruperto nel XIII secolo e che nessuna delle vicine città inviò aiuti in soccorso della piccola comunità. Dalla relativamente lontana – per i mezzi e le strade dell’epoca – Città di Castello arrivò il cibo necessario a far sopravvivere la piccola comunità. Si dice che il barone, privo di eredi, cedette il piccolo territorio a Città di Castello come segno di gratitudine. La traccia del passaggio sotto il dominio tifernate è datata 25 giugno 1256. È storia documentata poi da un atto pubblico che nel 1274 gli abitanti di Monte Ruperto godessero di agevolazioni fiscali al punto da pagare solo “cinque soldi per focolare per casa da versare il 27 agosto di ogni anno”. Ed oggi ricorrono i 750 anni da quell’evento a dir poco singolare. Altra verità storica è che in quegli anni vi era la rivalità, spesso sfociata in guerra, tra guelfi e ghibellini. Si racconta, e qui affrontiamo la seconda storia, che il Baronato di Monte Ruperto, essendo in contrasto con le città limitrofe di Apecchio e Sant’Angelo in Vado, abbia chiesto e ottenuto protezione da Città di Castello. Entrambe le storie hanno fondamenti di verità che le rendono plausibili. È probabile che quando Monte Ruperto si unì alla città umbra non si trattasse dell’annessione di un’isola amministrativa, ma fosse in continuità fisica, politica e geografica con il territorio tifernate. Non è un caso che tuttora oggi il confine umbro valichi di alcuni chilometri lo spartiacque sia oltre Bocca Serriola che nella zona di Scalocchio. Nel 1413 gli Ubaldini, signori delle zone limitrofe a Monte Ruperto, si sottomisero ai Montefeltro e di lì a poco tutti i loro territori passarono alle dipendenze di Urbino. Esattamente in quel momento la baronia divenne un’exclave di Città di Castello nel futuro Ducato di Montefeltro. Nel 1630 i territori di Urbino diventarono a tutti gli effetti una provincia dello Stato Pontificio e da allora Monte Ruperto non fu più confinante con un altro Stato, ma con una provincia e legazione della stessa entità politica. I destini della piccola comunità seguirono quelli di Città di Castello con l’ingresso a cavallo tra 1860 e 1861 nel Regno d’Italia, poi diventato Repubblica Italiana nel 1946. La “baronia” ha un’estensione di meno di tre chilometri quadrati e nessun abitante. L’ultima famiglia a lasciare Monte Ruperto fu agli inizi degli anni ’70.

 

All’interno del territorio, costituito da boschi e segnato da mulattiere, si passa da un’altitudine minima di 412 metri sul livello del mare fino ad una massima di 727. Il Candigliano, affluente del Metauro, delimita il confine settentrionale dell’exclave. Nell’area presenti alcuni ruderi di case, in parte riconoscibili, altri devastati pure dal furto di pietre. Oggi a Città di Castello su iniziativa del comune, si è celebrata una giornata di studi, “La Baronia di Monte Ruperto. Origini e vicende storiche dell’enclave Umbra nel territorio delle Marche”, per riportare in auge quelle vicende storiche ricche di fascino e suggestione, nella sala consiliare alla presenza del “sindaco-barone” di Citta’ di Castello e dei sindaci di Apecchio e Sant’Angelo in Vado, unitamente alla rappresentante della Provincia di Perugia ed al vice-sindaco tifernate. Il dibattito, interessante e foriero di ulteriori spunti e aneddoti storico-leggendari, corredato da immagini inedite (alcune fornite dalla Rai) è stato introdotto dal giornalista Massimo Zangarelli. A seguire gli interventi dell’ingegner Giovanni Cangi, che oltre all’attività professionale si dedica da tempo allo studio del territorio e del Sig. Leonello Bei, presidente dell’Associazione Amici della Storia di Apecchio e dell’architetto Marcella Mariani, responsabile del Servizio Urbanistica e Pianificazione Settore Assetto del Territorio, Edilizia e Ambiente. Fra il pubblico presente in sala, fra i rappresentanti della Compagnia dei Balestrieri di Città di Castello in costume d’epoca, anche Antonio Gnucci, 87 anni, tifernate, artigiano apprezzato e conosciuto, uno degli ultimi abitanti a lasciare la “baronia” negli anni sessanta: “una emozione fortissima essere qui oggi a ricordare quegli anni trascorsi in quel luogo incantato fra il verde e la natura con la mia famiglia i miei affetti la mia vita. Sono orgoglioso oggi di poter raccontare quei momenti”, commenta con gli occhi lucidi, con tanta emozione e gioia. “Oltre quello di Monte Ruperto – è stato ricordato - esistevano altri castelli alle sorgenti del Candigliano: il castello di Scalocchio, quello di Citerna sul Candigliano, il Castello di Baciuccheto, con relative chiese che ricordano tradizioni di culto bizantine e longobarde. Testimonianze di vicende storico-religiose di queste terre in epoca Tardo-antica e Altomedievale a ridosso del Corridoio Bizantino. Chiese appartenenti alla Diocesi di Città di Castello, sia quelle di Scalocchio e di Botina, San Lorenzo di Frigino, San Martine del Piano e Madonna della Cella, oltre alla chiesa di San Donato a Monte Ruperto, intitolazione legata al Vescovo longobardo di Arezzo. Nei primi anni ’60 Scalocchio fu centro di una interessante esperienza didattica nota come “Patti per l’Educazione”. Le scuole di Scalocchio avevano sede presso l’Abbazia. Vi erano solo due classi per le elementari e le medie con rispettivi tutor. Le lezioni erano tenute da docenti e trasmesse dalla RAI . Nella scuola pertanto c’era un televisore posto nella parete divisoria fra le due classi; di volta in volta veniva girato da un lato e dall’altro. La particolarità sta nel fatto che a Scalocchio non c’era corrente elettrica. Si deve a don Zefferino Caporali, parroco dell’Abbazia, l’idea di piazzare un alternatore alimentato da una turbina idraulica collocata in una cascatella del Candigliano, sufficiente per garantire il servizio. Alla scuola di Scalocchio si formarono molti giovani che poi si trasferirono a Città di Castello per frequentare le scuole superiori, assistiti sempre da Don Zefferino, assegnato alla Parrocchia di Trestina dove, meritatamente, gli è stata dedicata una via”. Al termine della giornata celebrativa il sindaco di Città di Castello ha consegnato ai colleghi marchigiani e ad alcuni sindaci “ex-baroni” che lo hanno preceduto, dei piatti in ceramica con l’immagine della Baronia di Monte Ruperto ripresa dalla bellissima rappresentazione a volo d’uccello di Città di Castello elaborata dall’abate Filippo Titi nella seconda metà del ‘600, realizzati dai maestri tifernati della Cooperativa “Ceramiche Noi”, come testimonianza di un’altra grande tradizione artigianale della città. Le iniziative celebrative della baronia e del glorioso passato proseguiranno con una escursione a Monte Ruperto, domenica 23 giugno, organizzata dal Cai di Città di Castello.

Redazione
© Riproduzione riservata
25/05/2024 12:36:36


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