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Prima il covid-19 poi la guerra: un ritorno piu’ difficile verso la normalita’

Due mazzate a distanza ravvicinata

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Come se il Covid-19 non fosse bastato, ecco la guerra, che tale rimane anche se qualcuno ha tenuto a precisare che si tratta di un attacco armato. Chiamatelo come volete: resta il fatto che, prima ancora di uscire da un tunnel molto impegnativo, siamo già piombati in un altro, del quale ancora non conosciamo la lunghezza. Inevitabili le riflessioni generate a livello economico e sul cambiamento delle persone da due infausti eventi ravvicinati, che nemmeno il più sadico dei registi avrebbe potuto combinare per la trama di un film. Ma nessuna fiction: è tutto vero. Con le date di riferimento: 8 marzo 2020 per l’inizio del lockdown in Italia, 24 febbraio 2022 per l’avvio dell’attacco militare russo in Ucraina, dalla quale le notizie che arrivano hanno finito con il far quasi dimenticare la persistenza della pandemia. Sembra insomma che le delicate vicende della guerra abbiano fatto scomparire il Covid-19: ciò ovviamente non è vero, anche se magari nessuno nega che il fenomeno sia in fase di attenuazione a livello di contagio e di pericolosità, ma di qui a dire che il virus non circola più di differenza ancora ce n’è. Il Covid-19 presenta diverse similitudini con la “spagnola” del 1918 e, per una questione di corsi e ricorsi storici, a distanza di cento anni si è verificata una situazione similare a cronologia invertita: allora, infatti, l’epidemia fu successiva alla guerra, mentre stavolta l’ha preceduta. La “spagnola” assunse questo nome perché la sua esistenza venne inizialmente riportata dai giornali del Paese iberico, non coinvolto nella prima guerra mondiale, ma per ciò che riguarda il luogo di origine c’è chi indica lo stato americano del Kansas e chi la Francia. In ogni caso, la provenienza è dai campi militari, dai quali sarebbe stato innescato il contagio. Se è vero oppure no, questo probabilmente non lo sapremo mai, ma la promiscuità della vita militare può benissimo favorire la diffusione di una malattia che si tramette attraverso le vie respiratorie. In questo caso, non vi è una correlazione diretta fra il virus e la guerra, che trae le sue spiegazioni da interessi personali, con la voglia di espansione territoriale di alcuni gerarchi russi. Certamente, mi si accappona la pelle quando sento le notizie diffuse dalla stampa, che paventano persino il rischio di una bomba atomica dalla Russia verso l’Ucraina, così come le minacce non più velate nei confronti dei Paesi che si sono schierati a fianco dell’Ucraina, inviando armi. Avrebbe dovuto essere una guerra lampo, invece sta prendendo (ma speriamo vivamente di no) la piega di quella del Vietnam, che durò venti anni, dal 1955 al 1975. L’Italia, in questi ultimi mesi, ha voluto dare un’accelerata verso il ritorno alla normalità dopo due anni di grandi incertezze, ma non dobbiamo dimenticare quei Paesi che al momento sono in pieno lockdown; Paesi con milioni di abitanti che vivono con il terrore addosso: alludo alla Cina. Soltanto pochi giorni fa, parlando con una persona di Sansepolcro che lavora in Cina, questa mi ha riferito sulla drammaticità nella quale vive lo Stato accusato di aver generato il virus con il quale continuiamo a combattere. L’Italia può guardare con maggiore ottimismo al futuro, anche perché si è fidata di più della scienza con vaccinazioni, green pass, mascherine e distanziamenti, che hanno generato maldipancia ma che sono stati funzionali per l’uscita dalla situazione di emergenza. Sono fiducioso sul fatto che in tempi abbastanza brevi si possa vincere la paura generata dal virus, anche se non bisogna sottovalutare la “bestia” invisibile con le sue varianti, ma ora abbiamo le armi per poterla combattere. Ciò che invece mi spaventa è la guerra: basta un missile che per errore cada nel punto sbagliato in qualche parte dell’Europa per scatenare la terza guerra mondiale, cosa che porterebbe all’annientamento del nostro mondo, data la potenza delle armi in dotazione a tanti Paesi. L’obiettivo del nostro futuro deve essere quello di riprenderci la nostra vita e le nostre abitudini: dobbiamo tornare a viaggiare e a divertirci, ma avere anche la certezza del lavoro e bloccare gli assurdi aumenti degli ultimi mesi (vedi energia e carburanti, con trasferimento sui prezzi di alimentari e materiali) che hanno il sapore di una vera e propria speculazione e respingere con forza una guerra assurda dello zar contro l’Occidente. Non dobbiamo permettere a nessuno di poterci togliere quella tranquillità della quale abbiamo goduto negli ultimi 70 anni di pace, che ha significato benessere il tutto il mondo. La guerra porta solo miseria, odio e disastri anche dal punto di vista economico: teniamo presente che tutte le previsioni di crescita elaborate all’uscita dal Covid-19 sono state ridimensionate da un conflitto che – come prima ricordato – ha portato a una bolla speculativa, in base alla quale tutto aumenta, tranne gli stipendi delle persone. Il nemico invisibile chiamato Covid-19 ha causato finora 250 milioni di contagiati, con 5 milioni di morti in tutto il mondo; numeri che assomigliano a una vera e propria catastrofe, senza dimenticare la paralisi economica verificatasi in questi due anni: tante aziende chiuse (quindi meno posti di lavoro) e consumatori che hanno tirato non poco la cinghia. La contrazione dei consumi ha raggiunto il 12% perché prevale la paura e si sa che il termometro più indicativo della situazione economica è alla fine l’andamento del commercio; per meglio dire, la velocità di circolazione del denaro, che pian piano è diventata sempre più lenta. Fa veramente rabbia il dover constatare che, proprio nel momento di un ritorno alla quasi normalità, vi siano persone con prerogative da dittatori che pensano con la guerra di poter appagare le loro ambizioni di grandezza. E su questo la colpa non è soltanto della Russia, ma anche delle altre superpotenze, Cina e Stati Uniti, che di fatto con la loro economia possono far girare il mondo a destra e a sinistra. Quando si sente parlare di Covid-19 nato in laboratorio e creato per rallentare l’economia cinese con la morte di tante persone, sembra di vivere nella fantascienza, ma quando si parla di ricostruzione – ed è ciò di cui vi sarà inevitabilmente bisogno in Ucraina – si arriva inevitabilmente a fiutare il business, come avviene per esempio anche all’indomani dei forti terremoti che mettono in ginocchio un territorio. Morale della favola: viene quasi da pensare che si creino disgrazie ad hoc per far ingrassare le grandi multinazionali, che controllano l’economia di tutto il mondo. Ecco allora dove sta la mia grande preoccupazione, che mi procura inquietudine: l’idea che vi possa essere un qualcosa di preordinato, sperando di potermi sbagliare, anche se è noto che fin quando saranno in pochi a comandare e ad avere in mano le sorti del mondo – facendo il bello e il cattivo tempo – l’applicazione di teorie e sistemi economici sarà un puro esercizio e niente altro. Non voglio assolutamente negare – come qualcuno insiste ancora – l’esistenza del Covid-19, ci mancherebbe altro, solo per rispetto verso chi è morto e chi ha passato settimane e settimane intubato nelle terapie intensive, però è noto che i risvolti di guerre, pandemie, disastri e calamità più o meno “naturali” siano sempre gli stessi: da una parte vi è una maggioranza che paga le conseguenze e dall’altra vi è una minoranza che si arricchisce. Se vogliamo, da una parte c’è il popolo e dall’altra le lobby. La disparità emerge nella sua evidenza. Il nuovo millennio, accompagnato dalle grandi aspettative, ha invece riservato in soli 22 anni (e nemmeno pieni) più di uno scossone: si è cominciato l’11 settembre 2011 con l’assalto alle Torri Gemelle di New York, si è proseguito nel settembre di sette anni più tardi (2008) con l’inizio di una grande crisi economica dalla quale in qualche modo eravamo riusciti a risollevarci, tanto che a condizioni normali il 2020 sarebbe stato foriero di ottimistiche previsioni. Insomma, stavamo rialzando la testa quando la pandemia ci è caduta fra capo e collo (con l’obbligo tassativo di starsene chiusi in casa) e ora è arrivata la guerra a complicare ulteriormente la situazione, sperando che si chiuda quanto prima e che non si allarghi fino ad assumere dimensioni preoccupanti, perché la paura di essa è forse peggiore anche di quella della pandemia. Intanto, lievitano i prezzi anche dei generi alimentari di base, non si vedono all’orizzonte spiragli di riduzione dei costi energetici, l’autonomia sotto questo profilo dovrà passare al vaglio di chi decide per noi (parlo di italiani) e le contraddizioni di fondo continuano ad andare avanti: non si taglia sugli sprechi ma sui due ambiti dove invece bisognerebbe investire – cioè istruzione e sanità – e nel frattempo si spende sulle armi da dover rinviare. Questa la nostra concezione etica di sviluppo, volontaria o imposta che sia. Ricordo bene sia nel 2001 come nel 2008, dopo Torri Gemelle e crisi, che tutti pronunciavamo la frase classica: “Niente sarà più come prima”. Sotto certi aspetti sarà pure stato così, anche se poi la strada della normalità è stata in qualche maniera imboccata, adattandoci magari alle nuove logiche di un mondo trainato dalla forza motrice di internet. Stavolta la vedo più dura, perché vi sono state due botte a distanza ravvicinata, di quelle che rischiano di spezzarci i reni. Se vogliamo risollevarci, è bene intanto porre fine alla guerra e al clima di destabilizzazione che qualcuno ha interesse nel generare. Il Covid-19 dovrà essere ancora debellato, ma è pur vero che ne verremo a capo.               

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
08/07/2022 15:16:21

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Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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