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“Adotta una chiesa a Sansepolcro”… per salvarla dal degrado

Una proposta rivolta alle associazioni: un accordo con la Chiesa per gestire gli edifici sacri

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Un segno dei nostri tempi dal quale non sfugge nemmeno Sansepolcro. Anche nel territorio biturgense le chiese, fra quelle del centro storico e quelle di periferie e frazioni, sono diverse e rimangono sempre più numerose se vengono rapportate con il numero dei religiosi, che invece è diminuito e continua a diminuire. Sono però un patrimonio storico e artistico da salvaguardare e nel conto metto anche quelle sconsacrate. L’ultimo edificio sacro costruito in città è stato la chiesa di San Paolo Apostolo, realizzata nel 1974 (quella di San Giuseppe alle Forche è datata 1967) e, nonostante sia trascorso quasi mezzo secolo dall’ultima edificazione, la crisi di vocazioni ha fatto sì che si venisse a creare un forte sbilanciamento, per cui uno stesso sacerdote oggi si ritrova a dover gestire più parrocchie e a rivedere gli orari delle Sante Messe, rompendo persino tradizioni storiche, perché alla tale ora deve celebrare in una chiesa, poi l’ora successiva da un’altra parte e così via. Deve insomma far incastrare bene gli orari: non c’è più un parroco in una sola parrocchia (e pensare che fino a qualche decennio fa c’erano anche i vice, altri preti e i sagrestani), perché la vecchia generazione di sacerdoti è andata scomparendo, di quelli attuali ve ne sono diversi con un’età abbastanza avanzata - anche se stanno bene in salute - e allora quelli di origine straniera, in missione pastorale anche qui da noi, diventano come la provvidenza. La crisi di vocazioni è evidente: non staremo a elencare i motivi – che sono comunque noti – di un trend che appare oramai irreversibile, perché ci interessa il dato numerico, che a Sansepolcro abbiamo potuto reperire grazie al professor Luigi Andreini, autore qualche anno fa di una guida dedicata proprio alle chiese. All’interno del centro storico, sono 11 quelle ancora consacrate e nelle quali si celebrano regolarmente le Sante Messe, anche se in alcune i riti sono meno ordinari che in altre; in 6 di esse, invece, le Messe non si tengono più. Tre parroci che si dividono i compiti in città, ma a questo punto il totale delle chiese si allarga, perché andiamo anche fuori dalle mura. E considerando le frazioni, con sempre un numero inferiore di religiosi, aggiungiamo un’altra decina di chiese. Uno stesso prete, pertanto, si ritrova a essere titolare di più parrocchie: questa la realtà. E il paradosso è che a “snellire” i loro impegni provvede la scarsa frequenza dei giovani; intanto perché le nascite stanno calando da diverso tempo (né prevedo che con questo andazzo possano risalire) e poi perché la parrocchia non è più quel luogo di frequentazione e di formazione che era un tempo. Era intanto la famiglia a spingere il figlio o la figlia all’interno di essa, considerata il luogo “sano” per eccellenza, guidato da un uomo di fede e moralità. E poi, in parrocchia si socializzava: dopo la scuola, era l’altro grande luogo di incontro, perché – così come facevano nel mandarti a scuola – i genitori spingevano per farti crescere anche dal punto di vista religioso e umano. Con i compagni di scuola ti vedevi quindi anche fuori dall’aula, con altri ragazzi e ragazze stringevi amicizia e poi – oltre al catechismo e alle preparazioni ai sacramenti della comunione e della cresima – in parrocchia si faceva anche pratica sportiva. Non è un caso che tanti campioni del pallone abbiano tirato i primi calci all’oratorio. La domenica ordinaria - e ovviamente nelle festività solenni - la Messa era divenuta anche un impegno, fra chi indossava le vesti del chierichetto e chi cantava nel coro. Insomma, in parrocchia c’erano quella vita e quella vitalità che oggi non si riscontrano più. È cambiato in parte anche l’approccio con la religione (nel senso che non deve essere più “imposta” come un tempo) e poi la facilità di comunicazione attraverso gli strumenti tecnologici moderni ha introdotto altre logiche, forse anche altre tentazioni: non si socializza come in passato, nonostante esistano gruppi di giovani che frequentano le parrocchie, specie se il parroco è fisso e non a… scavalco, come si usa dire su altri versanti. Meno preti, meno… fedeli, nel senso che la modernità ha finito con il creare modelli e stili di vita diversi, facendo perdere alla Chiesa quel ruolo anche “istituzionale” che rivestiva; un peccato – mi permetto di dire – non perché un giovane debba crescere per forza con l’etichetta del cattolicesimo, ma perché comunque la vita di parrocchia contribuisce a educare, a trasmettere valori e principi che sono essenza in primis del vivere civile e anche a favorire un eccellente grado di apertura mentale. Da sempre, il sacerdote è uomo di cultura, oltre che di religione. Per chi - come il sottoscritto - è cresciuto seguendo questo percorso, è in fondo una perdita anche di tradizione, il che non è mai un aspetto positivo. L’unica speranza è allora riposta oggi negli adulti, magari in qualche pensionato disponibile, che ancora si mantiene in salute e che vuol dare un senso anche al periodo del riposo professionale. Grazie a queste persone, alcune chiese godono di un minimo di manutenzione e cura, ma il volontario pensionato non è il parroco che deve arrivare da due-tre parti diverse e quindi si limita a svolgere la preziosa opera di presidio in un solo edificio, con tanto di sentito ringraziamento per ciò che fa e per il tempo che a volte sacrifica alla famiglia, anche se dentro di sé non avverte alcun peso. È chiaro però che, così facendo, le chiese nelle quali non c’è il pensionato della situazione - e che rimangono chiuse per larghi periodi dell’anno – rischino di finire in stato di degrado per mancanza di manutenzione. Si sa che l’abbandono provoca con il tempo conseguenze letali per tutti gli stabili. La Chiesa – intesa come realtà religiosa – non ha però le risorse economiche per farle funzionare e allora? Arrivo al nocciolo della questione che voglio affrontare in questo numero: perché non trovare una forma di accordo con il mondo dell’associazionismo? È la domanda chiave che pongo a tutti e alla quale rispondo con una proposta o – se preferite – con un progetto: “Adotta una chiesa”. In cosa consiste? Nel convocare intanto le associazioni che possono essere interessate e nell’appurare la loro disponibilità a prendersi l’impegno di gestire una chiesa, come nei fatti accade con quei sodalizi sportivi che si occupano degli impianti in cui si allenano e giocano, vedi stadi, palazzetti e palestre. Un’associazione per ogni chiesa, detta in termini più sintetici: i suoi volontari supportano il lavoro del parroco, laddove ovviamente il religioso sia fisso, mentre nelle chiese in cui la sua presenza è meno costante si prendono la responsabilità dell’apertura e della chiusura giornaliera delle stesse, della relativa pulizia, della restituzione del giusto decoro e arredo a quegli altari privi di sacramento e anche di quei piccoli lavori di manutenzione che si rendono necessari e che diventano “fisiologici” man mano che il peso degli anni avanza. Ogni associazione ha più membri, che spesso sono anche variegati nelle mansioni e nelle attività manuali, per cui da una parte c’è chi preferisce fare le pulizie e dall’altra chi invece è bravo nel ridare una spennellata a un oggetto scolorito. Coinvolgere il gruppo e assegnare una turnazione ai volontari – per non gravare troppo sul singolo – potrebbe essere la soluzione più efficace e vincente. In quale forma? Non parlerei di convenzione, termine che forse più si addice ai contratti stipulati con gli enti pubblici, ma di semplice “accordo” fra la Chiesa e le associazioni, che contenga tuttavia punti fissi: il più importante è la non saltuarietà, per cui l’impegno preso deve essere continuativo, altrimenti verrebbe a mancare la prerogativa di base. Alle associazioni dovrebbe essere poi consentita l’organizzazione di iniziative in sintonia con il luogo, quindi concerti, mostre di arte sacra e anche mercatini, purchè a scopo benefico. Un accordo serio, dunque, non un qualcosa di avanzatempo; peraltro, dovrebbe essere visto come un impegno gratificante: le chiese sono generalmente un monumento di per sé stesse, oppure contengono un’opera d’arte più o meno conosciuta ma pur sempre tale; in ogni caso, sono comunque cardini della storia di ogni luogo e ad esse sono spesso legate le tradizioni, per cui dalla cattedrale fino alla cappellina (credo che nel territorio di Sansepolcro saranno una trentina, in totale, gli edifici religiosi) ogni posto ha un qualcosa da raccontare. Gli stessi turisti amano visitare le chiese, alla pari dei pellegrini dei “Cammini di Francesco”, per cui sarebbe un ulteriore peccato vederle finire in malora. La scarsità di sacerdoti e anche di giovani che frequentano le parrocchie può essere compensata sotto questo profilo dai volontari; sarebbe bello rivedere le parrocchie attive come un tempo, ma temo che non sarà più così, salvo rari casi, più probabili in quelle realtà frazionali dove è più forte lo spirito identitario e di comunità. Se poi non ci preoccupiamo di salvare il nostro patrimonio, è pressochè impossibile che si ricrei un qualcosa. Ho lanciato la mia proposta, fiducioso sulla forza di una componente – il volontariato – che per fortuna a Sansepolcro non manca; più volte ho criticato i miei concittadini biturgensi per alcuni aspetti, ma in questo caso debbo prendere atto dell’esistenza di una rete associativa rilevante, che è capace di sapersi distinguere quando si impegna con serietà. Prendersi a cuore le chiese significherebbe intanto dimostrare amore e attaccamento alla propria città, indipendentemente dalla fede religiosa professata e inviare un preciso messaggio anche agli altri posti nei quali esistono le stesse carenze.               

Domenico Gambacci
© Riproduzione riservata
01/06/2022 17:34:27

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Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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