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Elisabetta Spini assiste una partoriente nell'ospedale di Juba voluto dai genitori

La prima bimba nata è stata chiamata Gabriella, come la madre morta nell'incidente aereo

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“Un’emozione tanto forte quanto bella”, come ha dichiarato anche a distanza di giorni Elisabetta Spini, presente per la famiglia alla cerimonia di inaugurazione dell’ospedale africano intitolato ai genitori, deceduti nella sciagura aerea del 10 marzo scorso. Cerimonia solennizzata dalla prima nascita, avvenuta il giorno stesso del taglio del nastro. I telegiornali nazionali, prendendo spunto dall’incidente di quasi nove mesi fa, hanno dato il giusto risalto all’avvenimento, a cominciare da quello della rete ammiraglia, Rai Uno, che nell’edizione delle 13.30 di ieri ha dedicato un ampio servizio al lieto evento consumatosi nel “Three Angels Health Center” (centro salute dei tre angeli, ossia i tre morti nell’incidente) di Juba, città del Sudan del Sud nel quale sorge la struttura messa in piedi dai coniugi Carlo Spini e Gabriella Viciani di Sansepolcro, membri dell’associazione Africa Tremila come Matteo Ravasio, il bergamasco che in quella domenica ha perso la vita assieme a loro durante il viaggio che li avrebbe dovuti condurre proprio nell’ospedale creato allo scopo di assistere le donne che si preparano al parto. La bambina venuta alla luce il 10 novembre – otto mesi esatti dopo la tragedia – è stata chiamata Gabriella. Si può immaginare quali siano state le sensazioni di Elisabetta, 39 anni, quarta figlia (l’unica femmina) delle due vittime, che peraltro svolge la professione di infermiera: “La mamma di questa bimba – ha ricordato Elisabetta Spini - è una donna di 30 anni del posto, che già ha una figlia. Io l’ho assistita durante il parto e nell’assegnare il nome alla secondogenita non ha avuto alcun dubbio: potete allora immaginare cosa abbia provato quando ho sentito pronunciare il nome Gabriella, quello di mia madre! Un omaggio a lei che contiene innanzitutto una grande dimostrazione di affetto e gratitudine e che può essere interpretato anche come di alto valore simbolico”. Come funziona l’ospedale, che ha una capienza di una ventina di posti? “Direi molto bene. Quando io sono tornata da Juba, il totale dei neonati era già salito a cinque, a dimostrazione del fatto che in questa grande città vi era bisogno di un plesso sanitario adeguato e che i miei genitori avevano pensato di realizzare, anche se purtroppo non hanno provato il piacere di vederla inaugurata”. Immagino che anche quella cerimonia abbia suscitato sensazioni del tutto particolari: “Certamente, è un segno tangibile della presenza e dell’impegno di entrambi e di coloro che li hanno aiutati nel raggiungere questo obiettivo”. Ma lei tornerà a far visita all’ospedale di Juba? “Compatibilmente con i doveri professionali e di madre ai quali debbo adempiere, cercherò di tanto di tanto di farmi rivedere per dare una mano e per fare in modo che tutto funzioni bene: è il modo migliore per onorare il ricordo di mio padre e mia madre”.

Redazione
© Riproduzione riservata
02/12/2019 22:55:57


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