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Caso Cucchi, il giudice: depistaggi per allontanare i sospetti dai Carabinieri

Le motivazioni della sentenza del processo dopo il pestaggio e la morte di Stefano

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«L'ampia istruttoria dibattimentale ha permesso di ricostruire i fatti contestati e di accertare un'attività di sviamento posta in essere nell'immediatezza della morte di Stefano Cucchi, volta, ad allontanare i sospetti che ricadevano sui carabinieri per evitare le possibili ricadute sul vertice di comando del territorio capitolino».

A scriverlo il giudice monocratico nelle motivazioni della sentenza del processo sui depistaggi seguiti al pestaggio e alla morte di Stefano Cucchi, il 31enne romano, arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto sette giorni dopo all'ospedale Sandro Pertini.

Per questi fatti, lo scorso 7 aprile sono stati condannati gli otto carabinieri imputati. In particolare, nel processo nato dall’inchiesta del pm Giovanni Musarò, è stato condannato a 5 anni il generale Alessandro Casarsa, 4 anni per Francesco Cavallo e Luciano Soligo, 2 anni e mezzo per Luca De Cianni, un anno e 9 mesi per Tiziano Testarmata, un anno e 3 mesi per Francesco Di Sano, un anno e tre mesi per Lorenzo Sabatino e un anno e nove mesi per Massimiliano Colombo Labriola.

Le accuse contestate agli otto militari dell’Arma, a vario titolo e a seconda delle posizioni, vanno dal falso, al favoreggiamento, all’omessa denuncia e calunnia. Il giudice monocratico scrive, inoltre che «le ulteriori condotte realizzate nel 2015, nel contesto delle nuove indagini della procura di Roma, fossero finalizzate a celare quelle di falso risalenti al 2009 (coinvolgenti il Comandante del Gruppo di allora, il Colonello Alessandro Casarsa e il suo più stretto collaboratore, il tenente Francesco Cavallo in servizio in quel momento presso il Comando Provinciale di Roma, contiguo all'ufficio del Comandante del Reparto Operativo, Colonnello Lorenzo Sabatino), considerata la qualità dei protagonisti e dei rapporti tra alcuni di loro, e che i fatti risalenti al 2018, nel corso del dibattimento del cosiddetto Cucchi bis, avessero lo scopo di svilire la credibilità di Riccardo Casamassima, teste rilevante per l'ipotesi accusatoria».

«Alla stregua del materiale probatorio in atti, valutato nel suo complesso, deve ritenersi che la falsificazione delle due annotazioni avessero la finalità di allontanare l'attenzione dall'operato dei carabinieri così da evitare qualsiasi coinvolgimento del Comandante del Gruppo Carabinieri Roma, il colonnello Alessandro Casarsa, considerato che l'immagine dell'Arma capitolina era mediaticamente esposta e che già altri militari erano stati coinvolti nei gravi fatti in danno del Presidente della Regione Lazio. Allontanando i sospetti dai carabinieri – si legge - non poteva di certo mettersi in discussione l'azione di comando da parte del vertice del comando gruppo Carabinieri Roma la cui figura rischiava di essere quanto meno indebolita dalla vicenda, ancor più dopo i fatti che avevano coinvolto il presidente della Regione Lazio».

Il giudice scrive ancora che la versione dell'Arma dei carabinieri sulla morte di Stefano Cucchi «era stata 'confezionata' escludendo ogni possibile coinvolgimento dei militari così che l'immagine e la carriera dei vertici territoriali, e in particolare del comandante del Gruppo Roma, Alessandro Casarsa, non fosse minata».

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
04/10/2022 20:09:12


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