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Le parole possono fare male, uno studio lo dimostra

L'importanza della comunicazione medico-paziente

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"Le tue parole mi stanno uccidendo". Non è più solo un modo di dire tra fidanzati in crisi.

Uno studio neuroscientifico svolto dalla Fondazione Giancarlo Quarta, in collaborazione con l'Università di Padova e il Pnc (Padova Neuroscience Center) dimostra che l'attivazione cerebrale delle parole negative e aggressive è equiparabile al dolore fisico.

Nello specifico la ricerca è stata fatta per dimostrare i danni che una cattiva comunicazione può avere nel rapporto medico-paziente. Chi non ha provato, almeno una volta, un senso di frustrazione di fronte al fallimento empatico del medico a cui ci siamo affidati? Ma qui c'è molto di più. Non rispondere ai bisogni emotivi del malato non solo fa male ma spezza l'alleanza terapeutica e attiva un meccanismo di fuga in risposta a una minaccia.

F.I.O.R.E. 2 (Functional Imaging of Reinforcement Effects) è il proseguimento di un primo studio che aveva misurato gli effetti a livello cerebrale di una comunicazione rispondente ai bisogni del malato. In questo secondo lavoro svolto mediante tecniche di neuroimaging (Risonanza magnetica funzionale) si è chiarito invece cosa succede nel cervello quando siamo in una relazione disfunzionale.

Una premessa: viene utilizzato il termine skinneriano "rinforzo" per indicare, grosso modo, uno stimolo che, a sua volta, può essere positivo (apprezzamenti o incoraggiamenti) o, come in questo caso, negativo (ad esempio parole aggressive e svalutanti). La ricerca dimostra, appunto, che ricevere un rinforzo negativo è un'esperienza totalizzante che attiva nello stesso tempo aree del cervello appartenenti alla sfera cognitiva, emotiva e motoria.

A livello di connettività tra le diverse aree del cervello si è visto che il rinforzo negativo attiva la rete neurale che percepisce ed elabora il dolore con aree sovrapponibili al dolore fisico. E siamo arrivati al punto: la parola negativa ferisce. Quando la comunicazione non funziona, si è osservata un'attivazione delle aree motorie, come se il soggetto sentisse minata la propria integrità e fosse pronto a reagire o a fuggire.

Ma non basta. La parola negativa favorisce un comportamento non sociale, evidenza riscontrabile a livello cerebrale con un minor dialogo fra i due emisferi del cervello.

Non è un dettaglio ricordare che la psicologia umanistica e il counseling hanno ben compreso l'impatto delle parole sulla psiche e, ad esempio, sostituito il termine "paziente" o peggio "malato" con "cliente", più rispettoso ed empatico. Talvolta anche i dettagli possono fare la differenza. Ci auguriamo che anche la medicina segua questo percorso.

Notizia e foto tratte da Il Giornale
© Riproduzione riservata
10/06/2022 07:15:25


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