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Intervista a Roberto Di Matteo fondatore e presidente della società Scherma Altotevere Asd

E' stato campione italiano “Master” e vicecampione europeo con la squadra italiana di Spada

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L’emergenza coronavirus affrontata con la persona che ha portato la disciplina della scherma a Sansepolcro. Originario di Castiglione del Lago ma formatosi come schermidore a Foligno, Roberto Di Matteo vive oggi a Trestina di Città di Castello, è fondatore e presidente della società Scherma Altotevere Asd, che nel 2019 è approdato nella città biturgense con assieme la denominazione Fencing & Music. A 64 anni, è ancora atleta e nel 2007 è stato campione italiano “Master”, nonché vicecampione europeo con la squadra italiana di Spada. Maestro della scherma, anche in questo caso riparte da Foligno, ottenendo importanti risultati con i suoi giovani; si ripete a Ferrara e nel suo palmares entrano un titolo Europeo under 20 di Spada individuale ed a Squadre (Amsterdam 2008), un titolo Mondiale under 20 a squadre (Belfast 2009) e di un Quinto posto individuale agli Europei under 23 (Monza 2009). A Sansepolcro, ha già conseguito un primo significativo risultato: l’iscrizione di una cinquantina di ragazzi.

Maestro Di Matteo, quali possono essere le conseguenze del Covid-19 su una disciplina come la scherma?

“Le società sono a rischio per i costi di gestione, perché potrebbero venire a mancare le quote di partecipazione. E parlo di quelle più piccole, perché le strutturate avranno difficoltà minori. Ora, in Italia le società di scherma sono 330 e la maggioranza sono piccole, trattandosi di una disciplina non di massa, anche se dà lustro alla nazione in occasione di competizioni internazionali e Olimpiadi. Le spese da pagare per gli impianti ci sono e se le quote non arrivano tutto si complica”.

Al di là del fatto che tutti hanno approvato l’idea di fermare anche lo sport, non crede che forse la rigidità adottata sia stata eccessiva?

“Di fronte a una situazione sanitaria di questa portata, credo che sia stato giusto fare così: in circostanze del genere, non si può e non si deve rischiare. D’altronde, la storia ci insegna che anche in passato, quando si verificavano le pandemie, l’unica cosa opportuna da fare era quella di fermare tutto”.

Ritiene pertanto decisiva l’attuale “fase 2”?

“Probabilmente, l’arrivo dell’estate ci darà una mano, poi tornerà la stagione fredda, ma la questione è anche psicologica: siccome la pandemia ci ha di fatto coinvolti in massa, avremo più accorgimenti e staremo più attenti, il che può essere considerato un fatto positivo, poiché faremo in modo tale da evitare nuovi contagi e contribuiremo tutti insieme ad allontanare il virus. Se quest’ultimo tornasse a colpire, sarebbe una sorta di spallata finale. Il discorso vale anche per l’Umbria e per l’Alta Valle del Tevere: finora è andata abbastanza bene, ma basterebbe un solo passo falso per cambiare lo scenario anche qui”.

Un suo pronostico sul ritorno alla normalità?

“Mi baso su ciò che leggo, ma le informazioni che ci arrivano sono frastagliate e fuorvianti. La speranza è che il vaccino arrivi il più presto possibile: credo tuttavia che non sarà così prima di un anno, salvo un miracolo oppure l’applicazione di efficaci cure palliative. Se il vaccino dovesse arrivare fra un anno, per recuperare la normalità ce ne vorrebbero due di anni”.

Cosa ci ha insegnato questo periodo di ristrettezze e sacrifici?

“Per prima cosa, la solidarietà dell’uno nei confronti dell’altro e poi la consapevolezza di non essere onnipotenti. Viviamo dimenticandoci della natura e dell’ambiente e quindi anche del rispetto che a essi dobbiamo portare. La vicenda del coronavirus ci ha fatto riflettere sulla nostra fragilità e spero che questa riflessione ci porti a cambiare metodi e atteggiamenti anche nel modo di intendere l’economia, impedendo che diventi funzionale solo ai singoli interessi”.

Redazione
© Riproduzione riservata
18/05/2020 09:59:20


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