"Neuroestetica, prescrizione sociale e welfare culturale”

Ad Arezzo il confronto su arte, salute e sicurezza delle cure
La cultura come risorsa di salute, l’esperienza estetica come leva di benessere e la prescrizione sociale come possibile strumento di integrazione tra sanità, comunità e tutela dei fragili.
Sono questi i temi al centro dell’incontro dedicato a “Neuroestetica, prescrizione sociale e welfare culturale”, svoltosi lunedì ad Arezzo, con il contributo di professionisti provenienti dal mondo sanitario, scientifico, culturale e istituzionale sulla scia delle oramai consolidate evidenze scientifiche pubblicati dalla WHO nella sua scoping review del 2019 e sulla scia del protocollo tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute per la prescrizione dell'arte e dell’esperienza toscana all'accordo del Giugno 2026 con i Medici di Medicina generale per la prescrizione di attività culturali della Regione Toscana.
L’evento, aperto dal Prof. Pasquale Giuseppe Macrì, ha posto al centro una domanda sempre più attuale: in che modo l’arte, la bellezza, la fruizione culturale e gli ambienti di cura possono contribuire alla promozione della salute, alla prevenzione, alla qualità dell’assistenza e alla sicurezza delle cure?
Nel corso della giornata, gli interventi del Prof. Pierluigi Sacco, del Prof. Roberto Boccalon, del Dott. Roberto Monaco e del Dott. Francesco Santori hanno affrontato il tema da prospettive complementari: neuroscienze, welfare culturale, medicina narrativa, responsabilità sanitaria, organizzazione dei servizi e ruolo delle istituzioni nel favorire percorsi capaci di superare la separazione tradizionale tra cura clinica e dimensione sociale della salute.
Particolare attenzione è stata dedicata alla prescrizione sociale, intesa come modello attraverso il quale attività culturali, artistiche, relazionali e comunitarie possono diventare parte di percorsi di salute personalizzati, soprattutto nei contesti di fragilità, cronicità, solitudine, disagio psicosociale e bisogno di riabilitazione o reinserimento.
Il confronto ha richiamato anche le evidenze internazionali sul rapporto tra arti e salute, evidenze che negli ultimi anni hanno dato crescente solidità scientifica a un campo un tempo considerato marginale. La neuroestetica, in questa prospettiva, non viene presentata come disciplina astratta o esclusivamente teorica, ma come spazio di dialogo tra cervello, percezione, emozioni, cura, ambienti e relazioni.
«La cultura non sostituisce la medicina, ma può contribuire a rendere la cura più umana, più accessibile e più efficace» è il messaggio emerso dalla giornata. Un approccio che guarda alla salute non solo come assenza di malattia, ma come equilibrio biopsicosociale, qualità della vita, partecipazione e possibilità concreta di accesso a esperienze generative.
La tavola rotonda, che ha visto gli interventi di molti professionisti tra i quali il dottor Giampaolo Di Piazza, il dottor Piero Coleschi, il dottor Roberto Romizzi, ha evidenziato la necessità di costruire reti stabili tra sistema sanitario, enti culturali, amministrazioni, professionisti e terzo settore, con l’obiettivo di trasformare le esperienze pilota in modelli organizzativi misurabili, sostenibili e replicabili.
Le conclusioni, affidate al Prof. Macrì, hanno ribadito l’importanza di una visione interdisciplinare: la sicurezza delle cure non riguarda soltanto procedure, protocolli e responsabilità professionale, ma anche qualità degli ambienti, comunicazione, relazione, benessere degli operatori e centralità della persona.
L’incontro di Arezzo, propedeutico all’evento del 17 Settembre che ha già visto le adesioni dei massimi esperti del tema, si colloca così in un percorso più ampio di riflessione sul futuro della sanità e del welfare: un futuro nel quale arte, scienza e cura possano dialogare non come mondi separati, ma come componenti di una stessa responsabilità pubblica.

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