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Intervista con Enzo Boriosi presidente della società Velo Club Sansepolcro

Il suo punto di vista sull'epidemia del Covid-19

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Coronavirus e sport, ma anche un quadro più generale dell’attuale situazione. Ospite di turno della nostra rubrica è Enzo Boriosi, appassionato ciclista e presidente della società Velo Club Sansepolcro. 

Boriosi, è stata giusta la decisione di fermare tutto, attività sportive comprese?

“A mio avviso sì, ma era giusto soprattutto dare una regolamentazione, anche se determinate attività avrebbero potuto essere lasciate. Adesso, per esempio, i sacerdoti chiedono legittimamente di riaprire ai fedeli le chiese, che sono luoghi al coperto, quindi a maggior ragione si poteva continuare a praticare determinate discipline all’aperto”.

Il 4 maggio vi sarà una prima ripartenza: una mossa opportuna, quella di differenziare nel tempo la ripresa delle varie professioni, visto che qualche categoria ha alzato la voce?

“Mi metto dalla parte, per esempio, dei parrucchieri: se è vero che esiste un’autocertificazione, si sarebbe potuto procedere con essa e riaprire fin da subito il negozio, nel rispetto delle disposizioni impartite a livello di sicurezza. Ma questo vale anche per altre attività. Mi spiego meglio: se il titolare dichiara di essere a posto dal punto di vista sanitario (qualora non fosse così, sarebbe ovviamente da sanzionare), perché non concedergli la facoltà di lavorare?”.

Sempre dal 4 maggio, vi sarà la possibilità di muoversi all’interno della regione di residenza, ma il sindaco di Sansepolcro, Mauro Cornioli, sostiene che sarebbe stato meglio ragionare in un’ottica di confine di provincia. Concorda?

“Sì, la ritengo una proposta molto intelligente. Al di là della questione legata al lavoro e al luogo in cui una persona lavora, che spesso dalle nostre parti è ubicato in una regione diversa anche se vicino a casa, il discorso provincia è fondamentale, perché il vicinato lo si conosce meglio. Mi risulta impossibile pensare di non andare a San Giustino o a Città di Castello, quando invece mi è concesso di arrivare a Livorno. Semmai, anche fra zone limitrofe dovrebbe esservi uno scambio di informazioni per regolare i flussi; è chiaro che se uno si reca in un comprensorio vicino, ma più a rischio per i casi che si sono verificati, il controllo debba essere maggiore”.

Qual è la sua preoccupazione in questo momento?

“Il problema principale è che i proventi dello Stato non sono sufficienti a compensare le perdite delle piccole imprese. Sono sconcertato per il modo nel quale si è agito, non veloce e non appropriato, nel senso che per alcune realtà 25mila euro sono pochi e per altre sono persino troppi. La questione è stata affrontata in maniera sbagliata, cucendo un vestito addosso all’Italia, quando invece avrebbe dovuto essere cucito solo a particolari realtà. Noi italiani siamo stati considerati da un lato “bravi” per aver rispettato le regole del “lockdown”, poi però dall’altra ci ripagano facendoci pagare tutto, anche se qualcuno – per l’esigenza tassativa di dover fare il “bravo” – non ha in questo frattempo lavorato. Per non parlare poi dell’impreparazione dimostrata a livello sanitario”.

Quali insegnamenti trarre da questa singolare parentesi che praticamente nessuno di noi aveva mai vissuto finora?

“Nel male, c’è stato anche qualcosa di buono: meno inquinamento, più utilizzo delle strumentazioni digitali e più autosufficienza. Abbiamo compreso l’importanza di determinati strumenti e alludo in particolare a internet. Per il resto, l’emergenza ci ha abituati a stare in casa e a non sperperare più di tanto; il fatto di dover rimanere dentro le mura domestiche ci ha anche tolto il pensiero di farlo, solo perché in quella determinata sera eravamo soliti uscire per andare a mangiar fuori, oppure per altri motivi. Anzi, abbiamo riscoperto il valore della famiglia e delle chiacchiere in casa; inoltre, facciamo più economia, nel senso che risparmiamo di più e spendiamo con più intelligenza. Non condivido troppo l’idea da parte di qualcuno, che magari non si è visto toccare le proprie spettanze, di invitare la popolazione a fare beneficenza e a sostenere questa o quella associazione impegnata in prima fila. Tanto di cappello a chi lavora per noi ed è giusto che debba essere supportato anche con contributi in denaro, ma il problema è che – non lavorando – in molti fanno già fatica ad arrivare in fondo al mese e forse non riescono nemmeno ad avere il bonus”.

Redazione
© Riproduzione riservata
28/04/2020 08:24:55


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