Opinionisti Claudio Cherubini

1944 il passaggio del fronte: saccheggi e devastazioni

Prima parte

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75 anni fa, sul finire dell’estate, il fronte della seconda guerra mondiale attraversò la nostra valle.

Gli aglo-americani erano sbarcati nella penisola italiana un anno prima e con la caduta del fascismo il 25 luglio e poi con l’armistizio del 3 settembre del 1943, si era sperato che la guerra sarebbe finita di lì a poco. Nessuna misura era stata presa per prevenire la reazione tedesca all’annuncio dell’armistizio reso noto l’8 settembre. Il re e il governo abbandonarono Roma, l’esercito italiano si trovò allo sbando e gruppi di militari e di civili si misero spontaneamente a difesa del territorio. Da quel momento l’Italia visse due anni di dura occupazione nazifascista, attaccata dai bombardamenti aerei degli Alleati e vessata da deportazioni e ruberie.

Nel gennaio 1944 gli Alleati effettuarono un altro sbarco ad Anzio e, dopo il bombardamento di Cassino, a maggio superarono la linea Gustav (che andava dalla foce del Sangro a Gaeta). Ad agosto però furono fermati sulla “linea gotica” che tagliava l’Italia da Rimini a La Spezia, passando anche per i crinali del nostro Appennino. La guerra si prolungò ancora drammaticamente per un anno (anche per la scelta strategica degli Alleati di subordinare il fronte italiano a un’invasione della Francia), ma in quell’estate del 1944 la Valtiberina toscana si liberò dall’occupazione tedesca.

 

Le razzie dei tedeschi, ma non solo loro

Il passaggio del fronte iniziò con il diffondersi della notizia che le truppe tedesche stavano requisendo tutto il bestiame. Allora molti contadini “rischiarono la vita per salvare le bestie, per mettere al sicuro le bestie dalla rapina tedesca”, racconta Amalia Righelli nel suo libro del 1987, “perché quelle vacche costituivano l’orgoglio e il capitale, caro al contadino più delle proprie pupille”. Non solo bestiame: venne rubato di tutto, tutto ciò che poteva essere utile all’esercito in ritirata, come ad esempio la biancheria o i viveri di ogni genere che la popolazione non riusciva a nascondere bene, le biciclette o altri mezzi di locomozione, che però in genere venivano smontati per renderli inservibili.

A Sansepolcro, “dal 15 giugno in poi”, relazionò il segretario comunale Arturo Bellini, ci fu “un continuo ed abominevole saccheggio, previo scassinamento, dei negozi, magazzini, uffici ed abitazioni private”. Per salvare dalla razzia il rame della distilleria U.V.A., il responsabile tecnico, Pietro Lucernesi, smontò tutte le attrezzature della fabbrica e le trasferì in un seccatoio al Trebbio, dove era sfollato con la famiglia. Alla ditta Vannini i tedeschi requisirono gli autocarri, alla ditta Baschetti confiscarono corriere e pezzi di ricambio e il magazzino statale dei tabacchi fu saccheggiato e devastato del tabacco e dei materiali esistenti. Furono saccheggiati anche i magazzini dello stabilimento Buitoni e i locali della scuola di fanteria presso la scuola elementare di Santa Chiara (e non solo dai tedeschi), come racconta Giovanni Ugolini nelle sue memorie dal titolo “E’ passata la rovina a Sansepolcro”: “I dirigenti della Ditta non potendo opporsi alla razzia tedesca cercarono che parte almeno del prodotto andasse in mano ai civili e permisero quindi che si addivenisse alla distribuzione ai privati di farina e di pasta. Fu come gettare benzina sulla fiamma: una infinità di gente, approfittando che i tedeschi lasciavano fare, invase l’intero stabilimento e portò via quanto più poteva con ogni mezzo a disposizione e certo senza preoccuparsi dei danni che nella fretta commetteva. […]. Dopo questo fattaccio seguì il saccheggio delle scuole elementari […]. Anche qui i tedeschi dopo aver portato via quanto a loro faceva comodo, lasciarono i magazzini aperti ed il resto fu fatto dalla popolazione la quale racimolando quanto non era stato asportato se la rifece anche con la direzione e le aule scolastiche asportando carta, quaderni, seggiole, quadri, registri scolastici e qualunque altra cosa pure di non rimanere a mani vuote”.

Anche ad Anghiari alcuni mesi prima, era stata la popolazione a ripulire il campo di concentramento di Renicci dopo che era stato abbandonato dai soldati dell’esercito fascista e i prigionieri erano tutti fuggiti: quando nei giorni successivi al 14 settembre 1943,nell’autunno 1943 il campo di concentramento di Renicci venne abbandonato, esso fu preda del saccheggio dela popolazione del posto portò rubòportò  “via via tutto, viveri, coperte, lenzuola, mobili, carte, fotografie, armi, suppellettili, persino i bandoni che coprivano i magazzini” e la razzia proseguì per mesi fino a trafugare le porte e le finestre, racconta Daniele Finzi. 

Il fatto è che alla popolazione mancava di tutto e ogni cosa, anche la più impensabile, poteva essere necessaria a un qualche uso. Quando cadde l’aereo degli Alleati nei pressi di Viaio, ricorda Amalia Righelli che avvertì i Carabinieri di Sansepolcro: “Il maresciallo ci redarguì: «Non bisogna toccar nulla!». Ma quando la voce si sparse in paese, ci fu una lunga teoria di gente che, come formiche, andavano a saccheggiare l’aereo caduto per strappare un pezzo di pelle dai sedili per far delle scarpe, e prendere ogni cosa utilizzabile con la fame che c’era di tutto, nella carenza generale di materiale di ogni genere”.

Bombardamenti alleati e mine tedesche

Il 17 giugno 1944 ci furono i primi bombardamenti su Sansepolcro. Quattro giorni dopo iniziò lo sfollamento della popolazione verso le campagne e in paese gli unici esercizi aperti, per qualche ora, erano quelli della macelleria Fabbriciani a Porta Romana, della pizzicheria Puletti e del fornaio Filiberti in via S. Giuseppe (“Beppe del Forno, che non ha mai cessato il suo lavoro per il bene della popolazione” ricordava don Duilio Mengozzi).

Nelle settimane successive gli Alleati continuarono i bombardamenti, ma i danni maggiori furono fatti dalle mine tedesche dal 19 giugno al 7 agosto. Oltre la Torre di Berta, il ponte stradale e quello ferroviario sul Tevere, i ponti sul torrente Afra (compreso quello ferroviario), il “Ponte Nuovo sulla Tiberina Nord” e i punti di accesso alla città a Porta Romana, Porta del Ponte e Porta Fiorentina, dove saltarono in aria anche il cinema teatro Iris e tutti gli alberi del viale Diaz, ci furono danni anche ai serbatoi e alle condutture dell’acqua potabile e furono distrutte la cabina elettrica e diversi opifici.

Lo stabilimento Buitoni a Porta Libera, che tra il 1939 e il 1943 si era ampliato di nuovi reparti, fu fatto saltare in aria per opera delle truppe tedesche in ritirata intorno alle ore 13 del 12 luglio 1944 (foto). Molti operai sfollati assistettero dall’alto delle colline alla distruzione. Una testimone fu ancora la professoressa Amalia Righelli: “si vide esplodere l’incendio dello Stabilimento che, appiccato dai tedeschi divampava illuminando la valle con bagliori rossi che si protrassero tutta la notte, si sentì il pianto sconsolato di quelle genti. Piansero a lungo con tutta l’angoscia che nasce alla vista della distruzione delle cose amate e che sono la propria vita”. I danni potevano essere ancora maggiori se le esplosioni non fossero state limitate dagli interventi di alcuni dipendenti: dall’intervento dell’ingegner Perugino Perugini e da Angiolo Chimenti, che riuscirono a tagliare alcuni cavi, mentre l’elettricista Emiliano Sgoluppi, insieme al portiere Beppe Falasconi e al caldaista Gastone Severi, eliminò le cariche di esplosivo piazzate nei pilastri del reparto forni. Inoltre i lavori di ampliamento dello stabilimento non erano completati perché prima erano progrediti lentamente per le difficoltà di reperire mezzi di finanziamento, poi si erano rallentati fino a fermarsi per l’impossibilità di ricevere materiali e macchinari.

 A Sansepolcro fu fatto saltare in aria anche l’altro stabilimento Buitoni in via del Prucino, ma la guerra apportò gravi danni al gruppo Buitoni anche fuori della sua città natale, anche se a Parigi, Roma e Perugia i danni furono minori.

Nel capoluogo della Valtiberina toscana le mine tedesche distrussero anche i mulini di Porta Romana, fra cui il mulino a cilindri della ditta Biagianti; inoltre vennero gravemente danneggiati i macchinari e le attrezzature della Italstrade (che aveva in appalto la strada nazionale), la segheria Sila e parte dei magazzini tabacchi della Resurgo e dell’agenzia di Stato. Le artiglierie inglesi invece avevano distrutto il mulino di Aboca.

(1 – continua)

Redazione
© Riproduzione riservata
21/10/2019 17:35:25

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo. Collabora con vari periodici locali dal 1978. Ha pubblicato oltre trenta saggi storici su «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere; altri articoli e saggi sono stati pubblicati in opere collettive e su altre riviste scientifiche. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale. Ha finora pubblicato due libri: nel 2003 "Terra d’imprenditori" e nel 2016 "Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)". Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo "190 anni di Buitoni. 1827-2017" e ha organizzato un ciclo di conferenze sulla storia del pastificio di Sansepolcro con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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