Opinionisti Claudio Cherubini

In vino veritas

Nel vino si fonda l’amicizia e il senso della vita

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Nell’area mediterranea, fin dall’antichità, il vino non è stato una semplice bevanda ma ha rappresentato cultura, identità, storia, in una parola la civiltà di un popolo. Non è un caso se ancora oggi a indicare la superiorità tra due rivali è la capacità di ‘reggere’ il vino e magari un vino ‘robusto’, perché l’acqua disseta ma il vino dimostra la virilità.

Il vino è sempre stato il dono più importante nell’accoglienza dell’ospite: dall’umile capanna dell’antica Grecia alla casa dei nostri contadini il vino è il simbolo dell’ospitalità. Ancora qualche decennio fa all’ospite che arriva a casa si offriva un bicchiere di buon vino, oggi magari (più timidamente) di vin santo.

Ma attenzione all’etimologia dei termini: in greco xenos significa sia ospite che straniero; hostis in latino significa nemico, mentre il termine simile hospes significa ospite. In realtà chi non si conosce è un potenziale nemico, naturale è la diffidenza verso lo straniero, e allora la strategia, almeno fra gli aristocratici greci, era quella di offrire un coppa di vino, invitare a pranzo e solo dopo il pranzo e dopo aver abbondantemente bevuto iniziare a parlare per conoscere l’ospite fino a suggellare la nuova amicizia con ulteriori scambi di doni. Un bicchiere di vino aveva aperto l’incontro e alla fine con altri doni si suggellava un rapporto che vincolava anche le generazioni future (si pensi al troiano Glauco e al greco Diomede che nell’Iliade interrompono il loro duello quando si accorgono che le loro famiglie erano legate da vincoli di ospitalità).

Cosa diversa dall’incontro conviviale con un nuovo ospite era il simposio greco che era un rito che si manifestava in diverse forme. I greci non bevevano mai da soli e simposio infatti significa bere insieme. Il simposio si celebrava fra ‘uguali’ e per gli aristocratici greci la principale finalità era quella di rafforzare l’amicizia e questo si faceva mescolando parole e vino. Veniva eletto un simposiarca il cui compito era quello di indicare il tema dell’incontro e quello importante di miscelare il vino con l’acqua (perché sia i Greci che i Romani ‘innaffiavano’ sempre il vino). Nel condurre lo svolgimento del simposio il simposiarca decideva l’intervallo di tempo tra una bevuta e l’altra e la quantità di vino da bere. I partecipanti sedevano tutti insieme in cerchio in modo da essere tutti uguali e l’uno dopo l’altro, da destra verso sinistra perché di buon auspicio, tutti senza eccezione bevevano e prendevano la parola. Il posto d’onore al centro della sala spettava al dono di Dionisio: il vino posto in un grande vaso e lì tutti attingevano entrando in comunione con il dio del vino.

La società dell’antica Grecia si basava sull’uguaglianza che comunque escludeva le donne e gli schiavi, entrambi inferiori per natura, e gli stranieri che non appartenevano alla polis che per questo erano considerati ‘diversi’. Un’uguaglianza che spesso era ristretta a pochi cittadini, come gli “uguali” dell’oligarchia di Sparta o il potere elitario dei primi tiranni aristocratici di Atene. Poi però i principi dell’uguaglianza trovarono la massima espressione ad Atene nel V secolo con la nascita della democrazia.

La società dell’antica Roma era invece basata sulle diversità di status sociale, prima plebei e patrizi, poi popolo e senatori e alla fine imperatore e sudditi. Anche il simposio, che diviene di moda a Roma dopo la conquista della Grecia, viene trasformato in un’occasione edonistica per mangiare e bere senza più le ferree regole greche: il vino perde il suo ruolo centrale e con esso anche la consapevolezza degli astanti alla comunione con dio.

Il messaggio cristiano irrompe nella società romana con il concetto di uguaglianza e riprende nella liturgia i riti pagani dei greci rimettendo il vino al centro del culto. Già nella Bibbia al salmo 104 si inneggia a Dio creatore che fa crescere «le piante per l’uso dell’uomo, affinché tragga dalla terra il suo pane e il vino che allieta il cuore dell’uomo». Il vino e il grano sono alimenti essenziali nella vita della società agricola del Mediterraneo: l’Iliade racconta che gli aratori a ogni giro di campo ricevono una coppa di vino e i mietitori d ogni fascio di spighe consegnate al re ricevevano un’abbondante quantità di farina. Ancora il vino al centro del dono non solo fra pari nel banchetto conviviale dei greci, ma anche tra servitori e padroni. E il vino protagonista anche nel primo miracolo di Gesù, a Cana, dove il vino buono viene servito alla fine. L’esegesi del versetto del vangelo di Giovanni 2,10 spiega il significato della vita del Cristo sulla terra.

Nella liturgia cattolica il vino, insieme al pane, è elemento fondamentale della comunione con Dio. Il Cristianesimo non potendo cancellare i culti pagani li ha adattati al proprio credo. Tutto il rito cattolico della celebrazione eucaristica segue le usanze dell’antica Grecia e in particolare quelle del simposio: l’acqua che viene unita al vino nell’Offertorio, il segno di pace fra gli invitati alla mensa del Signore che così dichiarano anche l’uguaglianza fra di loro e infine il vino, che si trasforma in sangue di Cristo e con il pane trasformato in corpo di Cristo, che permette la comunione dei fedeli con Dio. Un Dio che come il dio del vino greco Dionisio è il Dio dell’uguaglianza e della libertà dell’uomo, ma che a differenza di Dionisio non è il Dio della follia, bensì si manifesta come il Dio che conduce alla vita eterna. Un messaggio rivoluzionario che conserva il vino come elemento unificante a dimostrazione che il nettare degli dei appartiene alla storia dell’uomo, alla sue paure, alle sue ansie di libertà e non può prescindere dal senso stesso della vita.

 

(Per un approfondimento sul ruolo del vino nelle società dei Greci e dei Romani, si consiglia il bel libro di Laura Pepe, Gli eroi bevono vino. Il mondo antico in un bicchiere, pubblicato da Laterza nel 2018 e a cui si è attinto per quest’articolo).

Claudio Cherubini
© Riproduzione riservata
30/04/2019 09:42:04

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo. Collabora con vari periodici locali dal 1978. Ha pubblicato oltre trenta saggi storici su «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere; altri articoli e saggi sono stati pubblicati in opere collettive e su altre riviste scientifiche. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale. Ha finora pubblicato due libri: nel 2003 "Terra d’imprenditori" e nel 2016 "Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)". Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo "190 anni di Buitoni. 1827-2017" e ha organizzato un ciclo di conferenze sulla storia del pastificio di Sansepolcro con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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