Variante Ciapanella, per il Pd di Sansepolcro una scelta politica sbagliata

"Si passa da undici lotti a un unico grande lotto da oltre 20.000 metri quadrati"
Quella approvata ieri notte non è stata una semplice variante urbanistica.
È stata una scelta politica. E, purtroppo, una scelta sbagliata.
Dopo ore di dibattito, la maggioranza, con il voto della ormai fedelissima Laura Chieli, ha deciso di approvare una variante che cambia in modo sostanziale l’assetto dell’area di Ciapanella, senza però chiarire cosa quell’area diventerà davvero.
Non aumentano i volumi, è vero. Non cambia la destinazione d’uso, anche questo è vero.
Ma cambia tutto il resto.
Si passa da undici lotti a un unico grande lotto da oltre 20.000 metri quadrati.
Si passa da un’idea di sviluppo diffuso a una concentrazione totale.
Si apre la porta a un intervento tra i più grandi della vallata.
E tutto questo senza sapere cosa verrà realizzato.
Nel testo approvato non c’è scritto.
Non ci sono prescrizioni puntuali.
Non ci sono limiti qualitativi.
Non c’è un disegno industriale dichiarato.
Ci sono, invece, rassicurazioni verbali.
Parole.
Parole dell’assessore all’urbanistica Riccardo Marzi, che però non trovano traduzione nell’atto votato.
E qui sta una responsabilità politica precisa della giunta guidata da Fabrizio Innocenti:
aver scelto di non governare fino in fondo questa trasformazione, limitandosi ad accompagnarla.
Perché oggi il Comune e la città si trovano in una posizione molto semplice, e allo stesso tempo molto fragile: possono solo sperare nella lungimiranza di un imprenditore che, di fatto, ha ricevuto carta bianca.
E questo non è governo del territorio. Questo è arretramento del ruolo pubblico. Ma c’è un punto che pesa più degli altri, ed è quello che riguarda la comunità.
La comunità di Gricignano ha espresso in modo chiaro e responsabile le proprie preoccupazioni, in particolare sul rischio di insediamento di attività insalubri o comunque fortemente impattanti.
Ha chiesto garanzie.
Ha chiesto limiti.
Ha chiesto di essere ascoltata.
Quelle richieste, dentro questo atto, non ci sono.
O ci sono in forma talmente debole da risultare inefficaci. E il modo in cui si è arrivati al voto aggrava ulteriormente la situazione.
L’emendamento presentato dalla maggioranza, già fragile nei contenuti, è arrivato appena quindici minuti prima dell’inizio del Consiglio.
Quindici minuti.
Un tempo che rende impossibile qualsiasi confronto reale, che impedisce alla comunità di capire, valutare, partecipare.
Il comitato di Gricignano non ha nemmeno avuto la possibilità di leggerlo.
E allora viene da chiedersi:
che senso ha parlare di partecipazione, se poi le decisioni si prendono in questo modo?
Durante il dibattito è stato detto che “non si possono mettere paletti”. Non è così.
Il Consiglio comunale non sceglie l’azienda, certo.
Ma ha il dovere di definire le condizioni, i limiti, la qualità dello sviluppo che autorizza.
Qui non è stato fatto.
E allora il punto non è tecnico. È politico.
E sia chiaro: noi non siamo contrari a un’evoluzione di quell’area, né a una variante.
Ma non al buio.
Per questo avevamo proposto una strada diversa, semplice e responsabile: prenderci 15 o 20 giorni, rivedere insieme l’atto, inserire le necessarie garanzie e arrivare a un’approvazione condivisa, possibilmente all’unanimità del Consiglio comunale. Se ci fosse stata davvero la volontà di collaborare, questa possibilità c’era.
Non è stata colta. È un’occasione persa.
Per una politica capace di costruire visione insieme a imprenditoria e cittadini. Per un metodo basato sulla condivisione, e non sull’imposizione.
La giunta Innocenti, con l’assessore Marzi, ha scelto invece ancora una volta la scorciatoia della facilitazione, invece della strada più faticosa ma necessaria della programmazione.
Ha scelto di votare subito, invece di prendersi il tempo per costruire un atto più solido, più chiaro, più giusto. Perché questo poteva essere.
Un’occasione.
Con più trasparenza, con più coraggio politico, con una visione esplicitata, si sarebbe potuto inserire questa variante in una revisione più ampia della zona industriale, e trasformarla in un esempio di sviluppo governato, consapevole, utile. Invece resta un atto monco.
E lascia aperta una domanda che oggi nessuno può chiudere: che cosa abbiamo davvero autorizzato? È in questa domanda, senza risposta, che si misura tutta la debolezza di questa scelta.
E, purtroppo, anche l’essenza di un modo di amministrare che continua a rinunciare al proprio ruolo: non costruire la città, ma limitarsi a inseguirla.

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