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Fallimento di Banca Etruria: gli ex dirigenti chiedono di riavere i beni sequestrati

Tanti i "nomi importanti" coinvolti nella vicenda

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Per il fallimento di Banca Etruria, si va verso un nuovo round nella vicenda dei beni sequestrati agli ex dirigenti. Patrimoni personali sequestrati a suo tempo a tutti gli imputati di bancarotta qualora fossero stati condannati e quindi costretti a pagare per le loro condotte. Ma ora che, al contrario, sono stati assolti (“il fatto non sussiste” dice la sentenza del primo ottobre) quei beni bloccati nel 2019 suonano come un’ingiustizia. Il tribunale di Arezzo ha risposto di no all’istanza di revoca scattata subito dopo il verdetto di autunno. L’ordinanza afferma che bisogna attendere la sentenza definitiva, che la misura conservativa deve permanere sino all’epilogo della storia: così vuole la legge. Ma di fronte alle poche algide righe scritte dal giudice Gianni Fruganti, che alla luce del codice escludono ricorsi in appello, c’è chi non si arrende e gioca l’ultima carta. Dopo la notifica avvenuta in questi giorni, all’estremo tentativo sta lavorando l’avvocato Corrado Brilli, difensore di Mario Badiali, insieme ad altri colleghi. Potrebbe invocare l’applicazione dell’articolo 111 della Costituzione perché il sequestro, non più aderente alla realtà, lede i diritti soggettivi del cittadino. Una di quelle condizioni su cui è possibile impugnare sentenze con rito straordinario davanti alla Cassazione (che in passato già due volte si è occupata della questione). Il ragionamento della difesa è questo: il sequestro che fu chiesto dal commissario liquidatore di Etruria (e accordato) scattò sulla base di due presupposti: il primo che non si dovevano disperdere i patrimoni degli imputati di bancarotta e andavano messi al sicuro; secondo, esisteva il fumus boni juris e cioè la concreta possibilità che gli imputati fossero responsabili del reato, presupposto riconosciuto per la semplice esistenza dell’imputazione e del rinvio a giudizio. Ma il maxi processo, si sa, ha portato assoluzioni a pioggia (salvo Alberto Rigotti). Il capo di imputazione si è squagliato come neve al sole davanti al tribunale di Arezzo: su tutti i finanziamenti ritenuti dai pm dissipazioni del patrimonio della banca, non sono emerse responsabilità penali (le motivazioni sono attese come il pane dalla procura per appellarsi). Forti delle assoluzioni i difensori affermano che, quantomeno, una revisione del severo provvedimento di sequestro è dovuta. Non si possono tenere sotto chiave i beni di cittadini che, fino a prova contraria, non solo hanno la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, ma nel primo grado sono stati assolti con formula piena, cioè hanno visto travolgere quella imputazione che costituiva, fino alla sentenza del tribunale, il vero fondamento del permanere del sequestro conservativo. La questione ovviamente è complessa dal punto di vista giuridico. I sequestri adottati a tutela degli interessi delle vecchia banca andata in default contro chi la amministrava, restano incagliati. L’ordinanza dei giudici (gli stessi delle assoluzioni) non è impugnabile però, forse, uno spazio c’è. Quello appunto dinanzi alla Suprema Corte. Secondo gli avvocati degli ex Etruria, almeno uno dei due presupposti non è più attuale. E il timore che, se restituiti, gli immobili possano essere venduti ad altri per renderli non aggredibili, per l’avvocato Brilli esiste sempre l’azione revocatoria per bloccare le alienazioni. Una garanzia che dovrebbe essere sufficiente per restituire ville, appartamenti, fondi e terreni agli ex Bpel.

CHI SONO I COINVOLTI

Tra i patrimoni sequestrati (pur nelle disponibilità dei proprietari) dodici immobili di Lorenzo Rosi, ultimo presidente di Etruria, in Valdarno, il palazzo di famiglia di Giovanni Inghirami a Sansepolcro e altre proprietà dell'imprenditore tra Toscana, Umbria, Milano e Castiglione della Pescaia. Lo stop riguarda immobili di Giorgio Natalino Guerrini, ad Arezzo in via Vittorio Veneto e via XXV Aprile, e a Ponte di Legno (Brescia). I sequestri per 12 milioni furono ottenuti nel 2019 dal liquidatore di Bpel, Giuseppe Santoni per garantirsi in caso di condanne: ma 22 su 23 imputati sono stati assolti. Lo scontro continua e riguarda anche Mario Badiali, Federico Baiocchi Di Silvestri, Piero Burzi, Paolo Cerini, Giovan Battista Cirianni (deceduto), Giampaolo Crenca, Enrico Fazzini (deceduto), Augusto Federici, Carlo Polci e Carlo Platania.

Notizia tratta dal Corriere di Arezzo
© Riproduzione riservata
25/11/2021 11:15:41


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