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Libia, bombardato centro di detenzione: è strage di migranti

È di almeno 40 morti e 80 feriti il bilancio del raid aereo

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Una vera carneficina. È di almeno 40 morti il bilancio del raid aereo che nella tarda serata di ieri ha preso di mira un centro di detenzione nei pressi di Tajura, sobborgo di Tripoli situato non lontano da alcune basi militari. La pioggia di fuoco che ha dilaniato l’hangar della prigione, dove si trovavano rinchiusi circa 200 migranti illegali provenienti da diversi Paesi dell’Africa, ha causato inoltre 80 feriti. Malek Mersek, portavoce del servizio medico di emergenza pubblica, spiega che il bilancio potrebbe aggravarsi nel corso delle prossime ore. Il Governo di accordo nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ha diramato un comunicato ritiene responsabile della strage il sedicente Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal “criminale di guerra Khalifa Haftar”.

Si tratta del bilancio più sanguinoso relativo a un attacco aereo o a un bombardamento di artiglieria da quando le forze fedeli al generale, tre mesi fa, hanno lanciato un’offensiva con truppe di terra e aerei per conquistare la capitale e prendere in mano le redini del Paese. La drammaticità dell’attacco è testimoniata dalle immagini pubblicate sui social network che mostrano i corpi senza vita dei migranti africani, o quelli trasportato d’urgenza nei centri medici e sottoposti a interventi chirurgici. Altre istantanee immortalano i feriti sui letti, alcuni coperti di polvere o con gli arti bendati. La Libia è il principale punto di partenza per i migranti dall’Africa diretti principalmente verso l’Italia su imbarcazioni di fortuna. Sono attualmente 3.800 i migranti illegali detenuti nei centri di detenzione libici considerati “a rischio” a causa dei combattimenti tra le forze fedeli al presidente Fayez al Sarraj e quelli che obbediscono all’uomo forte della Cirenaica.

Lunedì, l’Esercito nazionale libico di Haftar ha annunciato che avrebbe iniziato attacchi aerei pesanti su obiettivi della capitale dopo che i “mezzi tradizionali” di guerra si erano esauriti. La compaginerei generale, in realtà, si trova in difficoltà specie dopo la riconquista, la scorsa settimana, della sua principale base in Tripolitania, a Gharyan, da parte delle truppe lealiste a Tripoli. Un funzionario dell’Lna ha negato ogni responsabilità però in merito all’attacco di ieri notte, e ha accusato le milizie alleate di Tripoli a bombardare la zona dove si trova il centro di detenzione in risposta a un attacco aereo “chirurgico” da parte dello stesso Lna. Due giorni fa lo stesso Sarraj si è recato a Milano per incontrare il vicepremier e ministro degli Interni Matteo Salvini e discutere alcuni aspetti chiave del dossier libico, tra cui il nodo migranti e il conflitto. Domani a colloquio col capo del Viminale ci sarà invece il vicepremier Ahmed Maetig, rappresentante di Misurata, ovvero la realtà militare più significati dell’ovest del Paese.

“Il timore è che la battuta di arresto delle forze di Haftar spinga le stesse a dare il tutto per tutto compiendo azioni disperate e criminali”, spiegano fonti della capitale. Oltre al rischio di un allargamento del conflitto su base regionale così come accaduto per la Siria o lo Yemen. Entrambe le parti godono del sostegno militare di governi stranieri, Emirati Arabi Uniti ed Egitto dalla parte di Bengasi, Turchia e Qatar da quelle tripolitina. Con tanto di reciproche forniture di armi, come il recente invio di mezzi da parte di Ankara a Sarraj dinanzi al quale Haftar ha gridato vendetta attuando ritorsioni mirate come il bombardamento dell’aeroporto di Mitiga dove si trovava un drone turco. Il conflitto, se prolungato, rischia inoltre di creare le condizioni ottimali per il proliferare del terrorismo, oltre a interrompere le forniture di petrolio, accelerare le migrazioni attraverso il Mediterraneo verso l’Europa e far fallire i piani Onu per elezioni in tempi utili come primo passo per la ripresa di quel cammino verso la stabilizzazione del Paese interrotto ormai da quasi un anno. Oltre al rischio più immediato, quello di veder morire sotto i bombardamenti delle opposte fazioni tanti civili (è di almeno 800 morti il bilancio attuale) e in particolare i più deboli, donne, bambini anziani e quei migranti imprigionati in prigioni al limite della sopravvivenza al termine, capolinea di quei traffici criminali di cui diventano vittime spinti dal miraggio di una vita migliore.

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
03/07/2019 21:52:39


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