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Pensione dopo 40 anni, la rivolta dei brasiliani: Bolsonaro sotto assedio

Sciopero generale contro la riforma voluta dal presidente, cortei e scontri

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Il Brasile si è fermato ieri contro il governo di Jair Bolsonaro. Lo sciopero generale è stato organizzato dai sindacati e dai movimenti studenteschi contro la riforma del sistema pensionistico e i tagli all’educazione, due dei temi più spinosi al momento e su cui si sta formando un’opposizione di piazza che promette un autunno caldo sul fronte sociale. I tagli dei fondi all’educazione pubblica hanno già causato proteste in diverse scuole ed atenei. La «nuova Previdenza», come è stata definita, è considerata la madre di tutte le battaglie; per la prima si vuole introdurre un’età minima per andare in pensione, che andrà a scalare dai 62 ai 67 anni, attingendo anche i dipendenti pubblici e alcune categorie che finora hanno usufruito di enormi privilegi come i militari. Ma il peso più grande della riforma si abbatterà sulle classi sociali meno abbienti, che iniziano a lavorare molto presto e dovranno continuare a farlo per più di 40 anni per poter andare in pensione. Il governo promette di recuperare 300 miliardi di euro in 10 anni, cifra necessaria per poter risanare i conti pubblici. La riforma è all’esame del Congresso, ma i sindacati promettono battaglia: quella di ieri è la prima mobilitazione generale in vista di una stagione che si preannuncia ad alta tensione. In diverse città i mezzi pubblici si sono fermati, decine di milioni di brasiliani non sono riusciti ad arrivare sul posto di lavoro. Scuole e uffici pubblici sono rimasti deserti, gli ospedali hanno funzionato solo per le emergenze, nelle ore di punta è stato il caos un po’ ovunque; 114 km di traffico fermo a San Paolo, autobus presi a sassate a Salvador de Bahia, la polizia che ha caricato i manifestanti a Porto Alegre. Disagi generalizzati, quindi, anche se ai cortei di protesta non c’erano folle oceaniche.

Il momento non è dei migliori per Bolsonaro. La settimana si è aperta con le rivelazioni sul legame troppo stretto tra il giudice Sergio Moro e gli inquirenti della Lavajato, l’inchiesta sulla corruzione nella politica per la quale è stato condannato anche l’ex presidente Lula da Silva. Dalle intercettazioni risulta che Moro, oggi ministro della giustizia, guidava l’azione dei procuratori, cosa non permessa dal codice penale brasiliano; i difensori di Lula hanno chiesto l’annullamento di tutto il processo. Non aiutano il presidente nemmeno i suoi tre figli, tutti in politica, che polemizzano continuamente sui social non solo con gli avversari, ma anche con gli stessi alleati. L’ultima vittima è stata il generale Carlos Santos Cruz, cacciato dal posto di segretario di governo per aver suggerito che tutti quanti limitassero le esternazioni sui social. A lui aveva già risposto Olavo de Carvalho, il filosofo brasiliano residente negli Stati Uniti, considerato un guru dai figli del presidente. «Vuoi censurare internet? Faresti meglio a chiudere la sua bocca, merdaccia». Santa Cruz è il terzo ministro licenziato in cinque mesi. Bolsonaro si è scontrato ieri anche con la Corte Suprema, che ha dichiarato l’omofobia un delitto equiparabile al razzismo. «Hanno sbagliato, questa cosa potrebbe anche pregiudicare un omosessuale; un datore di lavoro ci penserà due volte ad assumere un gay per paura di essere accusato in futuro di omofobia». Ora il presidente intende nominare un membro delle chiese evangeliche come giudice della Corte. «Con un evangelico nel Tribunale potremmo bloccare queste scelte assurde».

Notizia e foto tratte da La Stampa
© Riproduzione riservata
15/06/2019 22:34:55


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