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Citta’ di Castello e la sua Carboneria

Una società segreta rivoluzionaria, abbinata per associazione di idee alla massoneria

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L’11 settembre 1860 è una data storica per Città di Castello: le truppe piemontesi invadono Umbria e Marche e anche la terra tifernate passa dallo Stato Pontificio al nuovo Regno d’Italia. Non c’è più, insomma, l’autorità papale e anche l’Alta Valle del Tevere è diventata una realtà unica non solo dal punto di vista geografico. Gli ideali liberali e patriottici erano sentiti: ben 447, su una popolazione di poco superiore alle 5000 unità, furono i volontari tifernati impegnati nelle campagne risorgimentali dal 1831 al 1867. Il secolo XIX è quello che vede la nascita di un movimento – la carboneria – che si basa proprio su valori patriottici e liberali. È una società segreta rivoluzionaria, abbinata per associazione di idee alla massoneria, il cui nome deriva dal fatto che i settari dell'organizzazione avevano tratto il loro simbolismo e i loro rituali dal mestiere dei carbonai, ovvero coloro che preparavano il carbone e lo vendevano al minuto. Simbologia e terminologia di carattere speculativo (diciamo metaforico) erano i caratteri distintivi che accomunavano massoni e carbonai. Oggi le chiameremmo parole o messaggi in codice. Un termine su tutti: il fatto che i massoni si chiamassero – e tuttora si chiamano – “fratelli”, mentre i carbonai si rivolgevano fra di loro adoperando la parola “cugini”.  Da queste persone è partita la spinta decisiva. Il professor Alvaro Tacchini, nel suo “Storie Tifernati e altro”, racconta come sempre in maniera chiara e completa la parentesi della carboneria anche a Città di Castello.

LE MISURE REPRESSIVE DELLA SOVRANITA’ PONTIFICIA, TERRENO FERTILE PER LE ASSOCIAZIONI SEGRETE

L’influenza francese si fa di nuovo sentire ai primi dell’800 e il 10 giugno 1809 Napoleone dichiara l’annessione dello Stato Pontificio al suo impero e il 3 luglio di quell’anno lo stemma dell’imperatore è innalzato a Città di Castello il 3 luglio di quell’anno. E con il governo francese, torna la divisione amministrativa del territorio in dipartimenti, cantoni e comuni, con assieme l’abolizione dei privilegi e la soppressione degli ordini religiosi. Si diffonde in zona la coltivazione del tabacco, che ha più successo rispetto a quella di altre colture, vedi cotone, zafferano, barbabietola da zucchero e guado. Ma il governo napoleonico non riesce a ottenere i risultati sperati, in particolare nel territorio dell’ex Stato Pontificio, dove domina ancora la miseria, nonostante il potenziamento della rete viaria, le riforme nel campo dell’educazione e l’indipendenza acquisita da alcune frazioni, oggi Comuni, quali San Giustino e Pietralunga. Tuttavia, il governo francese ha breve durata, con il periodo di Gioacchino Murat che è breve ma che lascia il proprio segno: viene istituita la guardia civica con a capo Luigi Bufalini e il 3 aprile 1814 torna Pio VII; la notizia è comunicata da Murat, che rivolge appelli per l’unità d’Italia. Nel 1816, l’istituzione a Città di Castello delle suore di San Francesco di Sales da parte del vescovo Francesco Antonio Mondelli è un passo avanti nel campo dell’educazione, con la scuola elementare e la prima e unica scuola femminile in città e il Congresso di Vienna abolisce una volta per tutte il feudo del Bourbon del Monte, che diventa parte del Granducato di Toscana. Il ritorno della sovranità pontificia diventa a rischio di misure repressive per chi sostiene il precedente regime. L’affiliazione alla massoneria diventa allora un veicolo efficace per rimanere “coperti” nel proprio operato e dalla massoneria si originano le sette carbonare che diverranno protagoniste del Risorgimento. È una ramificazione di congiurati che costituisce un pericolo per i sovrani italiani, tanto che vengono emessi editti che proibiscono ogni qualsiasi forma di associazione segreta. A Città di Castello gli oppositori non mancavano di certo e la “Nota de’ Framassoni e partitanti francesi nemici del governo pontificio in Città di Castello” stila l’elenco di una trentina di tifernati da tenere d’occhio, fra i quali anche alcuni sacerdoti. Egli stessi oppositori si erano fatti sentire, come per esempio quando avevano intonato a mo’ di scherno il canto divenuto inno rivoluzionario francese sotto il palazzo del vescovo, oppure quando avevano sparso in città un foglio nel quale si invitavano i Framassoni a mobilitarsi in Piazza di Sopra con armi da fuoco e da taglio; in una circostanza, poi, avevano cercato di colpire lo stesso vescovo. Le autorità pontificie pensano di avere in mano il controllo della situazione, evitando misure repressive di una certa rilevanza e incaricando il capitano Francesco Lignani di dar vita a un corpo di volontari scelti fra gli artigiani per prevenire disordini e allo stesso tempo inquadrare gli individui sui quali pendevano i sospetti maggiori. Un metodo efficace è quello adottato dal “traditore” Pietro Scagnetti di Umbertide, che ancora si chiamava Fratta; da abile infiltrato, riesce a venire a conoscenza di una ramificazione di congiurati in Alta Umbria, con le basi a Città di Castello, a Fratta, a Montone e a Gubbio e in rapporti con Spoleto, Fabriano, Urbino e Rimini, anche se il centro nevralgico era Perugia. Nella relazione di Scagnetti si parla anche di un autentico “arsenale” in possesso dei congiurati e consistente in 200 fucili tenuti nascosti dapprima a Pieve de’ Saddi, nel territorio di Pietralunga e poi alla Rocca d’Aries a Montone. Semmai – questo sì – la credibilità di Scagnetti non è totale, perché si tratta di una persona che ha una pessima fama e allora le autorità pontificie si limitano a stringere il controllo sui sospetti cospiratori per punire anche una loro piccola mancanza.

DALLA MASSONERIA ALLA CARBONERIA, MAI UFFICIALMENTE SCOPERTA A CITTA’ DI CASTELLO

La marcatura sempre più stretta alla quale vengono sottoposti spinge gli esponenti della massoneria a lasciare il testimone dell’attività clandestina nelle mani della carboneria, che è più attrezzata per la segretezza delle sue sette. È perciò assai probabile che anche a Città di Castello abbia operato una di queste sette: vi è pochissimo a livello di testimonianze scritte e quanto si conosce è stato tramandato a voce. Di certo – e contrariamente a quanto avvenuto in altre zone dell’Umbria – la carboneria tifernate non è stata mai scoperta dalle autorità di polizia e quindi non vi sono atti processuali quale testimonianza legata a persone ed eventi. Un alone di mistero avvolge sostanzialmente questo aspetto, anche se gli scritti dello storico locale di allora, Giuseppe Amicizia, sembrano confermare le sensazioni: “Anche qui, come altrove, molti giovani erano ascritti alla Setta dei Carbonari, che si proponeva di far libera l’Italia dallo straniero e di ottenere l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge”. L’anno in questione è il 1821. Non solo: Ugo Bistoni e Paola Monacchia, studiosi della massoneria, sostengono che dopo i fatti del 1815 i cospiratori di Città di Castello abbiano coperto la loggia massonica locale e intrecciato la loro azione con quella della carboneria, che stava facendo proseliti a livello soprattutto popolare. Il personaggio chiave della situazione dell’attività cospirativa era proprio un massone: Luigi Bufalini, nipote di Giulio Bufalini, capo rivoluzione di fine ‘700 ucciso durante i moti del “Viva Maria”. È Vittorio Corbucci a descriverlo come “gentiluomo perfetto, colto, di gran cuore, di bello spirito”, anche se non vi sono notizie sulla sua vita fino al 1831. Pare che si fosse separato dalla moglie Francesca Tolomei e che avesse vissuto lontano dal tetto coniugale per poi andare a vivere con la madre, ma di notizie non ve ne sono altre. Per contrastare e prevenire l’attività dell’opposizione clandestina, le autorità pontificie emettono una bolla, la “Ecclesiam a Jesu” del 13 settembre 1821 è di papa Pio VII e la “Quo graviora del 13 marzo 1826 è di papa Leone XII. Tentativi privi di efficacia, perché comunque nemmeno condanne e scomuniche frenarono gli aderenti e ciò vale non soltanto per Città di Castello. A Spoleto era stato creato il punto di riferimento per dar vita a una insurrezione in Umbria e la loggia massonica “Concordia”, che aveva iniziato a riunirsi in una tenuta di Polgeto, vicino all’Alta Valle del Tevere, fu a suo modo la fucina di altri nuclei carbonari in diversi centri umbri. E Città di Castello era fra questi. La psicosi nei confronti dei cospiratori era tale che le autorità pontificie erano arrivate a diffidare persino di chi portava baffi e pizzetto, in quanto ritenuti il “look” delle persone che si distinguevano per “immoralità e licenza”. Erano poi quelle più equivoche e sospette sul piano politico e di conseguenza la delegazione apostolica perugina chiese informazioni riservate su quanti portavano “mustacchi e barbetta sotto il labbro inferiore in mezzo al mento”. Il governatore tifernate ne identificò due, anche se poi si trattava di persone innocue dal punto di vista politico, ma i sospetti su queste persone andarono avanti e nel 1834il vescovo, monsignor Giovanni Muzi, arrivò a tacciare di liberalismo anche un cattolico convinto come Giustino Roti, solo perché aveva il mento barbuto.                          

FRANCESCO MILANESI, SIMBOLO DELLA CARBONERIA TIFERNATE

A livello di singole figure, per la Carboneria tifernate si ricorda quella più significativa: il fabbro Francesco Milanesi. Pare che la sua militanza fosse iniziata quando era ancora giovanissimo ed è stato un esponente sin dalla fine degli anni ’20. A un certo punto, ebbe in affidamento il deposito delle armi e della corrispondenza segreta con i capi del movimento rivoluzionario italiano. Di lui aveva scritto il notaio Ettore Cecchini, evidenziando come la sua abitazione nel Palazzo già Vitelli, detto dell’Abbondanza, fosse il ritrovo di tutti i liberali. Vi erano due ingressi su altrettante opposte strade, l’ideale per far passare in quella secondaria chi veniva per le riunioni facendo in modo tale da non destare sospetti. Qualche stanza era adibita a “baracca” - termine con il quale si indicava il locale di ritrovo - per i cosiddetti “travagli”, ovvero i lavori. Sempre nel palazzo, vi era il deposito dei fucili, nascosti sotto i mucchi di paglia. Milanesi apparteneva alla “Vendita” di Città di Castello, che era il nucleo carbonaro di base; un accorpamento di nuclei locali era coordinato da una Vendita Centrale, al di sopra della quale stavano una Alta Vendita e, infine, la Vendita Suprema. Le prime Vendite umbre dipendevano dall’Alta Vendita di Ancona. Milanesi sarebbe uscito allo scoperto successivamente. Nei momenti più bui e sconfortanti, quando l’efficacia della repressione e la consapevolezza della vulnerabilità dello schieramento patriottico indussero a tornare nell’assoluta clandestinità, erano dirette anche a lui le missive segrete inviate dalle altre Vendite e dalla Vendita Superiore. Da segnalare, poi, nel 1830 la nascita della Società degli Intrepidi, realtà giovanile che promuoveva spettacoli teatrali anche con intenti satirici. La polizia si mosse subito per acquisire capire se vi fossero secondi fini dietro a questa società: fini politici, in altre parole, anche perché il capo degli Intrepidi veniva considerato “non immune da qualche pregiudizio”, così come “soggetti di eccezzionabile condotta” apparivano diversi esponenti dell’associazione. Era comunque il segnale di un periodo nel quale anche a Città di Castello veniva esercitata una forte pressione su chiunque avesse soltanto espresso una qualche critica nei confronti del regime.

Notizia tratta dal periodico Eco del Tevere
© Riproduzione riservata
03/01/2019 10:50:25


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